Monzone (MS)
Lasciate per un pomeriggio le spiagge calde e assolate di Levanto, ci si avventura verso la Lunigiana.
La meta è un paese dal nome che sembra un soprannome inventato da un autore di fiabe: Monzone.
Già il solo pronunciarlo dà la sensazione di entrare in un mondo parallelo, un po’ montano, un po’ dimenticato.
Monzone (in particolare Monzone alta, da noi non visitato in questa occasione) nasce come insediamento medievale lungo la valle del Lucido, territorio dei Malaspina, che qui costruirono presidi e vie di collegamento.
Nei secoli il borgo si è trasformato: agricolo, poi artigianale, poi “di passaggio” quando la modernità ha preferito altre direttrici.
Oggi vive in una sorta di equilibrio malinconico: non abbandonato, ma nemmeno pienamente vivo. Un luogo che conserva memoria e dignità, anche quando il tempo sembra aver premuto “pausa”.
Nella parte “nuova”, relativamente parlando, si incontra un cinemino chiuso da anni, con la facciata che pare trattenere l’ultimo respiro di un’epoca in cui il paese si radunava per vedere film e commentarli il giorno dopo.
La somiglianza di questo "Cinema Ideal" con Nuovo Cinema Paradiso è inevitabile: stessa malinconia, stessa promessa di emozioni che non torneranno.
Un piccolo monumento alla nostalgia, commovente nella sua immobilità
Poco distante, Monzone cambia tono.
La parte più antica di Monzone (a parte Monzone alta) è un intreccio di case in pietra, portali scolpiti, vicoli che sembrano fatti per essere percorsi lentamente.
Curiosi i portali a tutto sesto con chiave di volta a cuspide, tipici dell’architettura rurale lunigianese.
Villa Giannetti è l’edificio storico più riconoscibile della parte bassa del paese.
Si tratta di una villa padronale, costruita tra XVII e XVIII secolo, quando le famiglie più agiate della valle del Lucido iniziarono a edificare residenze di rappresentanza lungo la viabilità di fondovalle.
Oggi appare stanca, con intonaci che cedono e infissi che hanno visto tempi migliori, ma conserva ancora una certa eleganza malinconica.
La villa fu probabilmente edificata da una famiglia locale benestante, forse legata alle attività agricole e commerciali della valle.
Il nome “Giannetti” compare nelle fonti orali e nelle memorie locali del Novecento, quando la villa era ancora considerata “la casa dei signori”.
Nel corso del XX secolo la villa ha perso progressivamente la sua funzione residenziale, diventando un edificio semi‑abbandonato ma ancora centrale nella memoria del paese.
Villa Giannetti è oggi un punto di riferimento visivo nella Monzone bassa, un edificio che racconta la fase “moderna” del paese (quella post‑medievale), un simbolo di un passato in cui Monzone era più popolato, più attivo, più ricco di famiglie e attività.
Non è visitabile internamente (è ancora abitata da privati), ma è spesso citata nelle passeggiate culturali del borgo.
Villa Giannetti è la signora decaduta di Monzone Bassa:
un edificio seicentesco‑settecentesco, elegante nella sua semplicità, oggi un po’ malconcio ma ancora capace di raccontare la storia di un paese che ha vissuto epoche più vivaci.
Il motivo della gitarella era la rappresentazione serale:
“L’amore è un punto di vista sbagliato”, con Erika Canaccini e Leo Ravera.
Encomiabile lo sforzo di produrre una piccola rassegna teatrale di cui questo è il primo spettacolo in un paese così.
Gli spettatori? Probabilmente tutti abitanti del borgo, o comunque della valle.
Con un piccolo sovrapprezzo sul biglietto, il luogo offriva un’apericena.
Discreta, genuina, senza pretese: salumi, focacce, qualche torta salata.
Il tutto gestito da volontarie del borgo.
La pièce: luci e ombre
La rappresentazione si è rivelata non particolarmente brillante.
Molti testi degli sketch erano quantomeno discutibili, assurdi, di autore ignoto, almeno a noi.
L’unico pezzo riconoscibile era “Le piccole cose che amo di te” di Stefano Benni, che racconta il disfacimento di un amore pur nella ripetizione identica dei gesti quotidiani: le stesse azioni, gli stessi oggetti, gli stessi rituali… ma il sentimento cambia, si incrina, si logora.
Un brano nettamente superiore agli altri, che ha permesso all’attrice una buona performance, forse non possibile con gli altri testi, data la loro natura più fragile e surreale.
Conclusione: un pomeriggio che resta.
Monzone non è un luogo da cartolina.
È un paese che mostra le sue crepe, le sue malinconie, le sue sorprese architettoniche e la sua ostinata volontà di restare vivo.
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