Viaggio - Da Vigevano a Liegi - Bruxelles
Trasferimento Liegi–Bruxelles: cronaca semiseria di una migrazione urbana
Schizzati fuori dall’albergo di Liegi di buon’ora, con la stessa rapidità con cui da ragazzi si scappava dalla tenda da campeggio prima di diventare cotti a vapore, ci dirigiamo a recuperare il figlio e una parte delle sue masserizie. Fra queste spicca una bombola di elio, oggetto che in un trasloco urbano ha la stessa naturalezza di un violoncello in un sottomarino. Non esplode, non sibila, non si gonfia: semplicemente c’è, e già questo basta a farci sentire leggermente a disagio.
Tappa all'Ikea di Liegi
Il figliolo aveva urgente bisogno di tre borse blu Ikea, quelle che potrebbero contenere metà del patrimonio del Louvre senza nemmeno deformarsi.
Idea fulminante: perché non andare all’Ikea di Liegi, che, come noto, è identica a tutte le altre Ikea del pianeta, dalla Svezia al Borneo, e già che ci siamo fare una colazione economica, sperando di non ritrovarci nel piatto le immancabili polpette?
Arriviamo verso le dieci, ma l’Ikea è ancora chiusa. Davanti alle porte, una folla di clienti è incollata ai vetri come moscerini: manca solo lo spray. Uno, per movimentare la scena, annuncia un fantomatico sciopero: panico immediato, ma infondato.
Quando aprono, tutti si precipitano al ristorante: la colazione è chiaramente il vero motivo per cui si va all’Ikea.
Bisogna decifrare la gerarchia delle macchine: prima il cappuccino? O il succo? E il croissant dove si ritira? Una burocrazia degna di un ministero scandinavo.
Dopo un percorso iniziatico degno di un rito vichingo, otteniamo il nostro vassoio e ci sediamo a contemplare la splendida vista sul parcheggio, un panorama che toglie il fiato… ma solo perché passa un camion.
Il cappuccino e il succo di frutta hanno un aspetto e un sapore che definire “improbabili” è un atto di generosa diplomazia. Per fortuna il croissant è commestibile, e il prezzo di tutta questa esperienza sensoriale è contenuto.
Concludiamo con un quarto d’ora di marcia forzata tra gli scaffali, raggiungiamo le casse e paghiamo 2,10 euro per le tre borse blu.
Missione compiuta: si esce e si riprende il viaggio, con la soddisfazione di aver vissuto l’Ikea di Liegi. Che, incredibilmente, è proprio come tutte le altre.
A Liegi parcheggiare era difficile. A Bruxelles è statisticamente impossibile. Per scaricare il materiale del trasloco e poi ricaricare l’auto con vecchie opere del figlio da riportare in Italia, mi sono dovuto incuneare davanti a due garage, in una manovra che avrebbe fatto sudare freddo anche un chirurgo vascolare.
Sul marciapiede, un anziano signore aveva deciso di godersi la vita seduto su una sedia impagliata portata da casa, come se il marciapiede fosse il suo salotto estivo. Per non investirlo, lui ha allargato le gambe fino quasi a fare una spaccata da ballerino di danza moderna. E la cosa più surreale? Sembrava pure contento di collaborare alla nostra operazione di carico‑scarico, come se fosse un servizio pubblico.
La scelta dell’albergo è stata guidata da un solo criterio: il garage sotterraneo. Paghi un extra, ma almeno non devi tentare parcheggi acrobatici tra garage, sedie impagliate e signori flessibili.
L’albergo non è male: hall grande, stanze moderne e ampie. Peccato che non disponga di frigo bar né di aria condizionata. Fortunatamente la calura dei giorni precedenti è ormai un ricordo traumatico superato.
Il quartiere, però, è un’esperienza: il 100% dei negozi e locali gestito da persone provenienti dal continente nero, e l’albergo sembra un avamposto europeo trapiantato là. I timori per la sicurezza sono probabilmente più apparente che reali; ciò che invece è reale è la quantità abnorme di rifiuti sui marciapiedi. O qui producono scarti con una produttività industriale, oppure la nettezza urbana passa con la stessa frequenza delle comete.
Lato positivo: se vi serve un divano seminuovo, potete probabilmente trovarlo gratis rovistando tra i marciapiedi.
La visita alla città l’avevamo già fatta un paio d’anni fa. Mancava solo l’Atomium, che è una gigantesca struttura alta 102 metri, costruita per l’Expo del 1958, che rappresenta un cristallo di ferro ingrandito 165 miliardi di volte. Oggi è un’attrazione turistica con sfere collegate da tunnel, visitabili a pagamento.
Oggi le “palle” sono assediate da nugoli di bambini in gita scolastica. Decidiamo saggiamente di rinunciare: l’idea di restare intrappolati in un tubo metallico con cinquanta scolari urlanti non è compatibile con la nostra salute mentale.
La sera, nonostante le mie tiepide e del tutto inefficaci resistenze, finiamo in un ristorante eritreo. Il rituale è semplice: ti portano un vassoione centrale, tu ti avvolgi le mani nel tipico pane eritreo (che ricorda molto un asciugamano leggermente umido, di quelli che negli hotel non vorresti usare) e afferri pezzi di carne e verdure, peraltro buoni.
È pittoresco, è etnico, è conviviale. È anche scomodissimo: dopo qualche minuto non capisci più se stai cenando o praticando un massaggio shiatsu alle pietanze, che nel frattempo sembrano gradire.
Il figliolo e la sua compagna maneggiano tutto con la disinvoltura di chi è nato per mangiare con le mani. Io, invece, dopo un paio di tentativi imbarazzanti, mi avvio dal cameriere a implorare qualche moderno aggeggio occidentale per evitare il tracollo. Lui mi rivolge uno sguardo di compatimento che vale più di mille parole, poi cede. Le forchette immortalate nella foto qui sotto sono il frutto della mia ignobile (ma salvifica) iniziativa.
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