Amarga Navidad - (Pedro Almodóvar, 2026) - Recensione - Con Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón
In Amarga Navidad si intrecciano due linee temporali (Madrid, dicembre 2004 e Spagna, estate 2026) in un gioco continuo tra vita reale e finzione cinematografica.
Dicembre 2004, Elsa, regista pubblicitaria che ha alle spalle due film accolti male ma divenuti dei "cult", vive un periodo di fragilità: ha perso la madre e non ha mai elaborato il lutto, rifugiandosi nel lavoro e trascurando il compagno Bonifacio, pompiere e spogliarellista.
Durante il ponte della Festa della Costituzione, un violento attacco di panico la costringe a fermarsi.
Su consiglio della psichiatra decide di partire per Lanzarote con l’amica Patricia, intrappolata in un matrimonio pieno di tradimenti.
Il viaggio, però, non porta sollievo: Patricia reagisce male all’idea che Elsa voglia trasformare la sua vita in una sceneggiatura e torna dal marito, lasciando Elsa sola con il proprio dolore.
Elsa capisce che il suo malessere nasce dal lutto irrisolto per la madre.
Intorno a lei si muovono altre figure femminili segnate dalla perdita, come Natalia, giovane madre che vive ritirata dopo la morte del figlio in un incidente.
Nel 2026 seguiamo Raúl, paludato regista in crisi creativa che vive isolato con il compagno Santi.
Da anni tenta di scrivere un film senza riuscire a completarlo.
Per superare il blocco, Raúl inizia a trasformare la propria vita e quella delle persone vicine in materiale narrativo: la storia che sta scrivendo è proprio quella di Elsa.
La sua assistente storica Mónica decide di dimettersi per stare accanto a Elena, donna di cui è innamorata, il cui figlio è gravemente malato.
Quando il bambino muore, Elena tenta il suicidio: un evento che colpisce profondamente Raúl.
Da questa tragedia nasce la seconda parte della sceneggiatura: Raúl rielabora il personaggio di Natalia, trasformandola in una figura centrale del film che sta creando.
Le due linee temporali si intrecciano: la vita di Elsa diventa il film di Raúl, e la vita di Raúl si riflette nella storia di Elsa, ma il confine tra autobiografia e invenzione è volutamente ambiguo.
Amarga Navidad è un film che sembra inciampare nella propria struttura, assai complessa e involuta. Le due linee narrative, quella del 2004 e quella del 2026, sono difficilmente distinguibili. La distinzione più evidente, paradossalmente, non arriva dal tono o dalla messa in scena, bensì dagli oggetti: i telefoni, diversi per epoca, diventano il vero segnale che ci ricorda dove siamo.
Il problema è che Almodóvar sembra essersi scritto addosso più del necessario. L’autobiografismo è talmente insistito da diventare quasi autoreferenziale, e la locandina, con il volto della protagonista incastonato nel profilo del regista, è una dichiarazione fin troppo esplicita. Un gesto che tradisce una certa compiacenza, come se il film fosse più interessato a raccontare il proprio autore che i personaggi che mette in scena.
I temi scelti hanno una presa drammatica fin troppo immediata: lutti, crisi creative, dipendenze affettive. Ma mancano i guizzi, le improvvise accelerazioni emotive, le invenzioni visive che caratterizzavano i primi lungometraggi di Almodóvar.
La colonna musicale, di Alberto Iglesias, contribuisce a questa sensazione: è una colonna sonora che sembra uscita da un thriller hitchcockiano degli anni ’50.
Il risultato complessivo è un’opera sofisticata ma poco coinvolgente. Da Pedro Almodovar ci si aspetterebbe di più: non necessariamente il ritorno ai fasti del passato, ma almeno un lampo di quella libertà creativa che qui sembra essersi smarrita.
Voto: 6.5/10
/image%2F1103575%2F20260820%2Fob_9aa53e_ita-armaganavidad-ka-lr-120x160.jpg)