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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

Le aquile della repubblica - (Tarik Saleh, 2025) - Recensione - Con Fares Fares, Lyna Khoudri, Zineb Triki

petardo

 

L'attore egiziano George Fahmy è una star idolatrata, abituata a vivere lontano dalla politica. Ma il suo prestigio non lo protegge quando i vertici militari gli impongono di recitare nel grande film celebrativo sul Presidente al-Sisi.
Rifiutare è impossibile. Accettare significa entrare nel cuore del potere: un ambiente fatto di silenzi, minacce velate, manovre sotterranee, dove ogni sorriso nasconde un controllo.

Durante la produzione, George intreccia una pericolosa relazione con la moglie del generale che supervisiona il film.

George è osservato, manipolato, usato, in particolare, per l'attentato (fallito) perpetrato ai danni di al-Sisi che nel film si immagina accada.
George dovrà decidere se piegarsi al regime o rischiare tutto per non perdere sé stesso e i suoi cari. 

 

"Le aquile della Repubblica" è un film che usa la forma classica del thriller politico per raccontare la natura del potere in Egitto: un sistema che vive di paura, di controllo capillare.

Tarik Saleh costruisce un’opera che non potrebbe esistere dentro i confini del paese che descrive, e proprio questa distanza geografica e culturale diventa parte del suo significato.
Il film nasce già come opera esiliata: Tarik Saleh, regista svedese di origine egiziana, è cresciuto fuori dal paese che racconta. Fares Fares, protagonista, è libanese naturalizzato svedese. Le riprese avvengono in Turchia, non al Cairo.

Questa triangolazione geografica non è un dettaglio: è la prova concreta che un film che mette al centro Abdel Fattah al‑Sisi, il suo apparato di sicurezza e il clima di repressione sistemica, non può essere girato in Egitto.
La distanza diventa quindi un atto politico: raccontare l’Egitto è possibile solo da fuori, come fanno molti dei suoi intellettuali, giornalisti, attivisti.
L’attentato attorno al quale ruota la vicenda è fittizio, ma la sua verosimiglianza è inquietante.
Ricorda l’assassinio dell'ex presidente egiziano Anwar al‑Sadat, ucciso il 6 ottobre 1981 durante la parata del Giorno della Vittoria.
Saleh non copia quell’evento: lo evoca. Mostra come, in un regime che vive di sospetti e di purghe interne, la minaccia non viene solo dall’esterno ma spesso dall’interno del sistema stesso.
La società egiziana è rappresentata come un organismo paralizzato dalla paura: paura dei servizi segreti, paura dei militari, paura di dire la cosa sbagliata alla persona sbagliata, paura di essere osservati, registrati, schedati.

È un ambiente che, per chi guarda dall’Italia, non può non evocare la vicenda di Giulio Regeni: non come paragone diretto, ma come testimonianza tragica di cosa significhi vivere, o anche solo transitare, in un sistema dove la violenza istituzionale è strutturale.
Nel film Saleh non cerca virtuosismi: costruisce un thriller lineare, solido, quasi “old school”, dirigendo Fares Fares con sobrietà, lasciando che il suo volto racconti la progressiva dissoluzione psicologica del protagonista.

 

Voto: 7/10

Le aquile della repubblica - (Tarik Saleh, 2025) - Recensione - Con Fares Fares, Lyna Khoudri, Zineb Triki
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