Vercelli, Officina Anacoleti - "Medea, 10 anni di strada" con Elena Cotugno
Al centro della scena c'è Elena Cotugno Comaneĉi, sola per tutta la durata della rappresentazione. Una presenza che inizialmente può spiazzare. Il suo modo di parlare, il marcato accento dell'Est europeo, la gestualità esuberante e sopra le righe sono così convincenti da far sorgere il dubbio che l'attrice sia realmente rumena. La brochure stessa contribuisce all'equivoco, riportando il secondo cognome "Comaneĉi", che sembra quasi evocare la celebre ginnasta rumena Nadia Comăneci. Non è immediatamente chiaro se si tratti di un vero cognome, di un nome d'arte o di un elemento identitario scelto per il personaggio.
La protagonista si racconta senza filtri. Ripercorre la propria infanzia a Bucarest, l'esilio forzato provocato dall'attività del padre, professore inviso al regime, e il successivo approdo in Italia. Lo fa con una vitalità debordante, quasi eccessiva, che alterna momenti di simpatia trascinante a improvvise asperità. È un personaggio che vive costantemente sul filo del paradosso: tragico ma rumorosamente allegro, ferito ma desideroso di piacere, vulnerabile e aggressivo al tempo stesso. La sua apparente follia sembra essere il prodotto di anni di violenze e soprusi, una strategia di sopravvivenza più che una caratteristica psicologica.
Cotugno sa coinvolgere il pubblico con naturalezza, rompendo più volte la barriera tra platea e scena. Lo spettatore viene chiamato in causa, quasi arruolato nella conversazione, e questa complicità rende ancora più efficace il progressivo slittamento del racconto verso territori sempre più oscuri.
Quello che all'inizio appare come un monologo vivace, persino divertente, si trasforma lentamente in qualcosa di molto più doloroso. La drammaticità rimane a lungo nascosta sotto una superficie chiassosa e ironica, per emergere poco alla volta con crescente intensità.
“Medea, 10 anni di strada” è la sedimentazione di un'esperienza decennale, di un lavoro sul campo che ha portato il teatro fuori dai suoi luoghi tradizionali e dentro le periferie fisiche e umane delle nostre città. Nato come evoluzione della pluripremiata esperienza itinerante "Medea per strada", il progetto del Teatro dei Borgia approda oggi sul palcoscenico senza perdere la forza della sua origine documentaria e civile.
L'originalità della proposta deriva dal metodo con cui è stata costruita. Lo spettacolo nasce infatti da un lungo lavoro di ricerca sul territorio, a contatto con le realtà della prostituzione di strada e con le associazioni che si occupano delle vittime della tratta. La Medea contemporanea non è soltanto un personaggio mitologico aggiornato ai nostri giorni: diventa il condensato di molte storie reali, di donne immigrate finite nelle reti dello sfruttamento sessuale.
Medea, 10 anni di strada è uno spettacolo capace di unire ricerca sociale, teatro di narrazione, rilettura del mito e coinvolgimento emotivo senza scadere nel didascalico.
Interessante è anche il modo in cui lo spettacolo si conclude. Dopo aver costruito per oltre un'ora un personaggio così ingombrante, esuberante e continuamente sopra le righe, la protagonista sembra progressivamente liberarsi degli artifici che lo hanno generato. È come se Medea si spogliasse, un elemento dopo l'altro, delle proprie "infrastrutture teatrali": l'accento, le posture, gli eccessi, la stessa maschera di sopravvissuta che aveva accompagnato il racconto. Non si tratta di una vera rottura della finzione, ma di una sorta di trasfigurazione che lascia intravedere la persona dietro il personaggio.
Questa impressione trova una conferma nel breve incontro con il pubblico successivo alla rappresentazione. La Elena Cotugno che si presenta per i ringraziamenti e il dialogo finale appare infatti molto diversa dalla Medea appena vista in scena: misurata, riflessiva, persino riservata. Il contrasto evidenzia ulteriormente la qualità del lavoro attoriale svolto durante lo spettacolo e permette di apprezzare quanto quel personaggio apparentemente spontaneo e debordante sia in realtà il risultato di una costruzione interpretativa.
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