Familiar Touch - (Sarah Friedland, 2024) - Recensione - Con Kathleen Chalfant, H. Jon Benjamin
La protagonista della pellicola è Ruth, un'ottantenne vedova che sta affrontando i primi stadi della demenza. Quando il figlio Steve la accompagna in una residenza assistita, la donna fatica a comprendere ciò che sta accadendo: la perdita di memoria altera la sua percezione della realtà e delle relazioni più importanti della sua vita.
All'interno della struttura (peraltro di qualità elevata), Ruth deve adattarsi a una nuova quotidianità fatta di regole, assistenza e volti sconosciuti. Tra momenti di disorientamento e improvvisi lampi di lucidità, cerca di conservare la propria identità e la propria autonomia. Il rapporto con gli operatori della casa di riposo, in particolare con chi si prende cura di lei, diventa centrale nel suo percorso di accettazione e cambiamento.
"Familiar Touch", che potremmo definire un film sulla fragilità della memoria raccontata in punta di piedi, è del 2024, scritto e diretto da Sarah Friedland e premiato alla Mostra del Cinema di Venezia.
Qui il cinema sulla demenza sceglie una strada insolita: invece di puntare sul dramma o sulla progressione narrativa, preferisce accompagnare lo spettatore all'interno di uno stato d'animo.
Il primo elemento che colpisce è proprio la rarefazione della trama. Succedono poche cose, non ci sono svolte narrative, conflitti eclatanti o colpi di scena. Eppure il film riesce a mantenere viva l'attenzione grazie alla sua capacità di osservare gesti, sguardi e piccoli spostamenti emotivi. Lo spettatore è chiamato a entrare nei tempi di Ruth, ad accettarne le esitazioni e i vuoti, quasi condividendone la percezione alterata del mondo.
Questa scelta stilistica è al tempo stesso il pregio e il limite della pellicola. Da un lato conferisce autenticità e delicatezza al racconto; dall'altro lascia una sensazione di incompiutezza.
Più che concludersi, Familiar Touch sembra interrompersi.
In questo senso è significativa anche la gestione del suono. La colonna sonora è quasi assente. Friedland rinuncia alla musica come guida emotiva e preferisce affidarsi ai rumori ambientali: passi nei corridoi, voci lontane, le stoviglie usate sui tavoli, il brusio della casa di riposo. È una scelta coerente con l'approccio realistico del film, che evita qualsiasi enfasi sentimentale. Solo nei titoli di coda compaiono suoni più costruiti, ma più vicini a un raffinato sound design che a una vera partitura musicale. Quelle sonorità sospese sembrano prolungare la sensazione lasciata dall'ultima immagine, accentuando l'impressione che il racconto sia stato lasciato in uno stato di attesa e di indefinitezza.
Il vero fulcro dell'opera rimane comunque l'interpretazione di Kathleen Chalfant. Attrice di grande esperienza teatrale, Chalfant offre una prova di straordinaria finezza. Il suo personaggio alterna smarrimento, ostinazione, orgoglio, vulnerabilità e inattesi momenti di lucidità senza mai cadere nella caricatura o nel pietismo.
Un ulteriore elemento di autenticità deriva dalla scelta di girare il film in una vera residenza per anziani di Pasadena, in California. La regista Sarah Friedland ha coinvolto anche residenti della struttura. Questa presenza conferisce alle immagini una naturalezza difficile da ottenere con un cast interamente professionale. Per ragioni etiche, tuttavia, la produzione ha evitato di coinvolgere persone affette da demenza o da gravi disturbi della memoria, ritenendo problematico garantire un consenso pienamente consapevole alla partecipazione cinematografica.
Familiar Touch non è un film che cerca di commuovere con facilità né di offrire risposte. È un'opera silenziosa, discreta, talvolta persino sfuggente. Può lasciare insoddisfatti coloro che cercano una narrazione più definita, ma possiede una sensibilità rara nel raccontare la vecchiaia e la perdita della memoria senza trasformarle in spettacolo. Un film apparentemente piccolo, che trova la sua forza proprio nella delicatezza con cui sceglie di non dire tutto.
Voto: 8/10
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