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Nouvelle Vague - (Richard Linklater, 2025) - Recensione - Con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch

petardo

 

Parigi, 1959.

Un gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinéma sta trasformandosi in una nuova generazione di registi. Dopo il successo de "I quattrocento colpi" di François Truffaut, anche Jean-Luc Godard decide di passare dietro la macchina da presa. Con l'appoggio di Truffaut, Claude Chabrol e del produttore Georges de Beauregard, avvia la realizzazione di quello che diventerà "Fino all'ultimo respiro".

Il film segue le difficoltà e l'entusiasmo delle riprese: una troupe poco convenzionale, sceneggiature spesso improvvisate, tecniche di lavoro che lasciano perplessi attori e produttori, e l'incontro tra Godard, Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, destinati a creare uno dei film più influenti della storia del cinema.

 

"Nouvelle Vague", diretto dal un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense Richard Stuart Linklater,  racconta la nascita di quella importante stagione della cinematografia attraverso la figura di Jean-Luc Godard e del gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinéma che decisero di passare dall'analisi del cinema alla sua pratica. Si tratta di un contesto storico e culturale straordinariamente affascinante: registi come Godard, François Truffaut, Claude Chabrol ed Éric Rohmer avrebbero cambiato per sempre il linguaggio cinematografico. Proprio per questo, però, le aspettative erano molto elevate.

Considerando il livello culturale dei protagonisti reali rappresentati sullo schermo, ci si potrebbe attendere dialoghi brillanti, profondi o quantomeno stimolanti. Invece, gran parte delle conversazioni appare sorprendentemente vacua. I personaggi si abbandonano spesso a giochi di parole ripetitivi, battute poco incisive e scambi che finiscono per risultare più infantili che intellettualmente vivaci. È una scelta che impoverisce il racconto e che rende difficile cogliere il fermento culturale che caratterizzava quell'ambiente.

Se i dialoghi non convincono, gli atteggiamenti dei personaggi trasmettono invece con efficacia una certa postura intellettuale tipica dell'epoca: quella di persone consapevoli del proprio prestigio culturale e spesso inclini a "tirarsela". Il film restituisce bene quell'immagine di giovani cinefili che vivono il cinema come una missione e che sembrano voler ostentare la propria appartenenza a un'élite culturale.

Anche alcuni dettagli visivi contribuiscono a costruire questa atmosfera: tutti fumano incessantemente e gli occhiali da sole compaiono nelle situazioni più improbabili, persino durante le proiezioni in sala. Elementi che oggi possono apparire quasi caricaturali, ma che contribuiscono a delineare un preciso immaginario bohémien e intellettuale.

Sul piano estetico, invece, il film convince maggiormente. Il bianco e nero, filologicamente coerente con il periodo rappresentato, è probabilmente uno degli aspetti meglio riusciti dell'opera. La fotografia richiama efficacemente il cinema francese di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta, conferendo autenticità e fascino alle immagini.

Nel complesso, tuttavia, il film lascia una sensazione di occasione mancata. Pur raccontando una delle stagioni più rivoluzionarie della storia del cinema, non riesce a trasmetterne pienamente l'energia creativa né la ricchezza intellettuale. La debolezza dei dialoghi e la scarsa profondità delle interazioni finiscono per rendere la visione piuttosto monotona. Al netto dell'apprezzabile ricostruzione visiva e storica, il risultato è un'opera che, almeno per chi si aspetta di entrare nella mente dei protagonisti della Nouvelle Vague, rischia di annoiare più che coinvolgere.

Voto: 5/10

Nouvelle Vague - (Richard Linklater, 2025) - Recensione - Con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch
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