Officina teatrale Anacoleti, Vercelli - Lieto Fine - Di e con Alessandro Benvenuti
Il protagonista è un uomo chiuso nel suo box, impegnato in un’impresa che sembra minuscola e gigantesca allo stesso tempo: scrivere un testo teatrale. Ha deciso che il suo personaggio si chiamerà Mario, un nome qualunque, scelto proprio perché non dice nulla, perché è un contenitore vuoto in cui far scorrere una storia che ancora non esiste.
Mentre prova a mettere ordine nelle idee, la vita reale gli si infila tra le righe. La sua ex moglie lo chiama per avvertirlo che a ritirare il pacco che gli ha fatto recapitare passerà Mario.
Mario?
Lo stesso nome che ha appena dato al protagonista del suo testo. Solo che questo Mario non è un personaggio: è il nuovo compagno della sua ex. E lui non lo sapeva. Lo scopre così, all’improvviso, in una telefonata che incrina la giornata e la fantasia.
Da qui il monologo si apre come una crepa: la scrittura, che doveva essere un rifugio, diventa un campo minato dove realtà e invenzione si confondono. Il Mario immaginario e il Mario reale si sovrappongono, si disturbano, si commentano a vicenda.
Intanto il pacco – che contiene un Bimby, oggetto domestico quasi grottesco nella sua normalità – si trasforma in un simbolo di ciò che resta, di ciò che si lascia, di ciò che si eredita senza volerlo.
Parallelamente, il protagonista affronta un altro pensiero che gli ronza in testa: la morte. Non in modo tragico, ma con una lucidità buffa e un po’ storta. Si chiede dove mettere la bara, come sistemare il proprio corpo, come organizzare il dopo. È un pensiero che gli arriva addosso come un dovere pratico, non come un dramma: quasi un problema logistico da risolvere, come sistemare gli attrezzi nel box.
Il monologo procede così, oscillando tra invenzione e vita vera, tra comicità e malinconia, tra il pedalare della sua bicicletta e il pedalare dei suoi pensieri.
E quando arriva il finale, ci si accorge che il titolo Lieto fine è una promessa ironica. Non c’è un vero lieto fine: c’è una consapevolezza dolceamara, una resa quieta al fatto che le cose finiscono come devono finire, non come vorremmo.
Il protagonista resta lì, con il suo box, la sua bicicletta, il suo testo incompiuto e un pacco che non gli appartiene più.
È un finale che non consola: un sorriso che si spegne piano, lasciando una scia di malinconia.
A incarnare questo personaggio sospeso è un Alessandro Benvenuti capace di tenere insieme ironia, fragilità e misura. Alla fine appare sinceramente stupito dall'accoglienza del pubblico: un dettaglio che aggiunge un’ulteriore nota di umanità alla serata.
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