Fabbrico - Storia di un paese antifascista - Di e con Massimiliano Loizzi
"Fabbrico – Storia di un paese antifascista" è uno spettacolo che sorprende per la sua capacità di trasformare un paese di poche migliaia di abitanti della bassa emiliana in un universo narrativo vasto, denso, quasi epico.
Loizzi, interprete, autore e regista di se stesso, racconta Fabbrico come se fosse un luogo minuscolo con una memoria gigantesca: la battaglia del 27 febbraio 1945, che porta alla liberazione del paese ben prima del 25 aprile, diventa il cuore pulsante di una storia che non ha nulla di provinciale. È storia grande, fatta da persone comuni che grandi non si sentivano affatto.
Accanto alla Resistenza, Loizzi intreccia la vicenda della fabbrica Landini, fondata da Giovanni Landini, inventore del motore “a testa calda”. La fabbrica non è solo un luogo di lavoro: è un laboratorio sociale, un ascensore culturale, un simbolo di emancipazione. E Loizzi la racconta con un rispetto che non scivola mai nella retorica: è la storia di un paese che cresce perché qualcuno ha deciso che anche i contadini meritavano istruzione e dignità.
La struttura dello spettacolo è uno dei suoi colpi ad effetto: Loizzi immagina di proporre questa storia a un produttore televisivo che tenta in ogni modo di trasformarla in una specie di Star Wars emiliano, con tortellini volanti per un pubblico “più vasto (e imbecille) possibile”. È un espediente comico, certo, ma anche una critica feroce alla tendenza a semplificare tutto, a togliere spigoli, a rendere innocuo ciò che invece dovrebbe pungere.
Lo spettacolo dura due ore e mezza, ma Loizzi le attraversa come se avesse un motore Landini sotto la giacca: non c’è un momento di stanca. Alterna passaggi esilaranti a momenti di una intensità quasi dolorosa, sostenuto da filmati d’epoca che ampliano la profondità del racconto. La sua voce cambia registro con una naturalezza impressionante.
E poi c’è il suo rapporto con il pubblico del Teatro della Cooperativa di Milano, che merita un capitolo a parte. Loizzi lo tratta con una miscela di affetto (poco) e ostilità che ricorda il primo Villaggio: ti fa ridere, ma non ti lascia mai del tutto tranquillo.
Quando un telefonino suona, Loizzi non perdona. Quando qualcuno scarta rumorosamente una caramella nel momento sbagliato, lo fulmina. Quando percepisce un calo di attenzione, lo segnala con una precisione chirurgica. È ironia, sì, ma anche un modo per dire: “Questa storia merita rispetto”. E in fondo ha ragione: se c’è un luogo dove il rumore di una carta di caramella può diventare un delitto, è questo.
Il risultato è uno spettacolo che riesce a essere politico senza essere pesante, comico senza essere leggero, commovente senza essere ricattatorio.
Un racconto che non si limita a ricordare un paese: lo restituisce alla sua grandezza.
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