Il terzo tempo - (Enrico Maria Artale, 2013) - Recensione
Samuel e` un criminale adolescente con una storia difficile e una fedina penale gia` lunga.
Finito in carcere minorile per rapine e aggressioni, riesce a ottenere la semiliberta` e viene affidato a Vincenzo, uno strano assistente sociale, che tentando il suo reinserimento lo avvia al lavoro presso un’azienda agricola in un paesino della provincia romana.
Vincenzo e` strano, di modi bruschi, sembra un po’ instabile anche lui, e anche lui ha una sua storia “pesante”, anche se molto diversa da quella di Samuel: e` vedovo e con una figlia adolescente, e il giudice che gli affida i ragazzi “da recuperare” non ha tanta fiducia in lui.
La grande passione di Vincenzo e` il rugby, che pratica ora come allenatore, in una squadra volenterosa ma di scarso successo.
Samuel ha il fisico per giocare, e` un ragazzone atletico, e Vincenzo si mette in testa di avviarlo al rugby.
Samuel, manco a dirlo, al principio non ne vuol proprio sapere. Non ne ha la minima voglia e soprattutto non ne ha la mentalita`: il rugby, nonostante l’ intrinseca violenza degli scontri, e` il piu` “corretto” degli sport, dove le regole si eseguono senza trasgressioni, dove l’arbitro si rispetta ciecamente, dove in campo e` lecito caricarsi di botte ma nel “terzo tempo” (quello in osteria, a partita finita) gli avversari mangiano e festeggiano tutti insieme senza rancori.
La cosa piu` difficile da capire per Samuel, che viene da un mondo diverso, e` proprio la mentalita` sottintesa al “terzo tempo”: la sportivita`, il gioco rude ma leale, il contrasto che non esclude l’amicizia.
E rimane stupefatto quando, dopo aver protestato contro una decisione dell’arbitro, gli viene fatto notare che “qui non siamo al calcio, quello che decide l’arbitro e` legge”; ma Vincenzo ha visto giusto, Samuel e` proprio dotato per il rugby, diventa il giocatore di punta della squadra.
Gli resta un po’ di istinto di protagonismo, tende a tenersi la palla invece di passarla, ed e` anche un po’ permaloso. Ma queste cose si imparano.
Ovviamente non e` facile cambiare mentalita` e abitudini, partendo dalle sue che sono piuttosto balorde, e trovare una disciplina di vita. E dopo una lite con Vincenzo, non resiste a combinarne una abbastanza grossa, per la quale la passa liscia con un colpo di fortuna (forse).
Pero` e` innegabile che partendo dal rugby comincia ad appassionarsi a qualcosa, ad avere degli interessi positivi.
Un giorno per caso incontra la figlia di Vincenzo, una ragazza molto carina con cui convide un certo rapporto di amore/odio per Vincenzo, che e` rigido anche come genitore, e a poco a poco tra loro due comincia di nascosto una storia.
E` immaginabile la reazione di Vincenzo quando lo scopre.
La resa dei conti, tra Vincenzo, Samuel, la squadra e pure il giudice minorile (invitato allo stadio a controllare il piano di rieducazione) arriva alla partita decisiva del torneo, contro una squadra che li ha sempre battuti..
E` un film decisamente interessante, uno dei pochi film italiani dove lo sport e` un argomento centrale, a fronte di numerosi e famosi film soprattutto americani.
La cosa che a mio parere lo rende piu` interessante di molti film americani e` la cesellatura dei personaggi, che non sono banali, solo buoni o solo cattivi, ma molto piu` complesi, tutti un po’ “difficili” e spigolosi, arrabbiati con un mondo che non li ha propriamente trattati bene e che si presenta proprio come una partita di rugby da vincere faticosamente, sporcandosi e lottando con l’aiuto degli altri.
Sia Stefano Cassetti nel ruolo dell’ assistente sociale, un uomo che ha sofferto, tormentato, buono ma anche duro e nevrotico, che Lorenzo Richelmy nel ruolo di Samuel, un personaggio che si costruisce con un’evoluzione che dura tutto il film, sono bravissimi.
Le attrici principali sono Stefania Rocca nella parte della proprietaria della fattoria-presidente della squadra e Margherita Laterza (la figlia); sono brave, ma indubbiamente in questo film le parti piu` significative sono maschili, personaggi minori compresi. Anche il giudice (Franco Ravera), e l’allenatore (Pier Giorgio Bellocchio), pur nelle loro particine, sono perfetti.
Avevo voglia di intitolare questa recensione “Il potere salvifico del rugby”.