Teatro Civico di Vercelli - "Il nostro Teatro di Notte" - Cruocolo/Bosetti
C’è qualcosa di profondamente insolito e quasi clandestino nell’entrare al Teatro Civico di Vercelli e scoprire che lo spettacolo non si svolgerà “davanti”, ma sotto, in platea, mentre un numero volutamente ristretto di spettatori viene fatto accomodare nei palchi della prima fila. È come essere invitati a spiare un rito privato, un movimento segreto che accade quando il teatro è vuoto, quando la notte lo avvolge e lo trasforma in un luogo mentale più che fisico.
In questo spazio sospeso, Roberta Bosetti appare come una figura che abita il teatro da sempre: non lo attraversa, lo abita. Cammina tra le poltrone, si china, si ferma, allinea grandi lettere sulle sedute come se stesse componendo un alfabeto emotivo, un codice che solo la notte può decifrare. È un gesto semplice, quasi domestico, ma che assume un valore simbolico: ordinare il disordine, o forse disordinare ciò che di giorno appare troppo ordinato.
Da qui si apre un flusso verbale che è il vero cuore dello spettacolo. Bosetti snocciola ricordi, frammenti di realtà, fantasie che emergono e si dissolvono con la stessa logica intermittente dei pensieri notturni. La notte, si sa, deforma: amplifica dettagli insignificanti, distorce paure, illumina verità che di giorno non osiamo guardare. E lo spettacolo vive esattamente in questa zona ambigua, dove ciò che si pensa non è mai del tutto vero, ma non è nemmeno del tutto falso. È un territorio di confine, fragile e rivelatore.
I ricordi affiorano come lampi, immagini che si accendono e si spengono senza preavviso. Alcuni sono teneri, altri inquieti, altri ancora sembrano appartenere a un sogno che non si ricorda più bene. E in questo flusso apparentemente personale, lo spettatore trova continuamente un varco per riconoscersi. Ci sono momenti in cui le parole della Bosetti diventano specchio: non perché parlino di noi, ma perché evocano quella particolare qualità emotiva che tutti conosciamo quando la notte ci sorprende svegli, vulnerabili, lucidi e confusi allo stesso tempo.
Come in altri lavori della coppia Cuocolo/Bosetti, la dimensione dell’ascolto è centrale. Le cuffie wireless permettono di cogliere ogni sfumatura della voce dell’attrice: un sussurro, un tremito, un sorriso trattenuto. È una vicinanza acustica che supplisce – e in parte sostituisce – la distanza fisica. Lo spettacolo è più udito che visto.
E tuttavia, proprio questa distanza fisica introduce un elemento nuovo rispetto a "Teatro" (link), lo spettacolo di due anni fa. Lì il pubblico seguiva l’attrice negli ambienti nascosti del teatro, condividendo con lei una prossimità quasi tattile, un’intimità costruita passo dopo passo. Qui, invece, si è spettatori “in quota”, come se si guardasse un sogno altrui dall’alto, senza poterlo toccare. È una scelta coerente con la poetica della notte, ma lascia un leggero senso di mancanza: la mancanza di quella complicità fisica che aveva reso Teatro così magnetico.
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