Un'ottima annata - A Good Year (Ridley Scott, 2006)
Max Skinner è un broker super-rampante, uno “stronzo”, come lui stesso si definisce, al comando di un manipolo di dipendenti di una grande banca d’affari che lui, graziosamente, ama chiamare “mezzeseghe”. Opera in borsa in maniera spregiudicata. Dotato di un grande fiuto per gli andamenti borsistici riesce a far guadagnare cifre enormi all’azienda con operazioni dalla dubbia lecita’, tanto che l’ultima manovra gli è costata una settimana di sospensione dal lavoro.
Lui, però, non era già più nella patria del mercato borsistico, Londra. Era dovuto andare in Francia, al podere dove, assieme allo zio che lo ha allevato, ha passato una felice infanzia e giovinezza che lo ha formato profondamente. Ancora oggi, infatti, motivava i suoi sottoposti con aforismi derivati più o meno direttamente dai consigli dello zio, un ex viveur che non si è mai sposato.
L’occasione non era certo felice ma la dura scorza dell’uomo d’affari, con pochi cedimenti, lo protegge da eccessivi intristimenti: lo zio era deceduto senza fare testamento e lui pareva fosse l’unico erede.
Il vecchio e amato zio (anche se erano 10 anni che Max non si faceva più sentire da lui) gli avrebbe lasciato in eredità uno splendido casale (un po’ da restaurare) con ettari di terreno coltivati a vite.
Ma la vita agreste non faceva più per lui, e quindi il primo pensiero era rivolto alla vendita al massimo prezzo possibile.
L’azienda agricola era però tenuta da un “vigneron” appassionatissimo del suo lavoro che da decenni curava il podere, che quindi avrebbe perso le sue amate viti.
Le cose non andarono vie così lisce come lui credeva. Oltre al vigneron, ad un certo punto spunta una deliziosa sedicente figlia illegittima dello zio, avuta con una americana. Contemporaneamente incontra (anche se per lei sarebbe meglio dire scontra) una bella cameriera che lavora nel ristorante del paesino francese vicino al podere.
A questo punto la sua voglia di tornare all’arido mondo della city vacillerà non poco…
Discreto film di Ridley Scott, piuttosto lontano dalle sue corde (peraltro assai eclettiche: “Blade Runner” e “Il Gladiatore” tra i suoi maggiori successi), che non sembra neanche tanto un film made in USA.
Come ne “Il Gladiatore”, protagonista è Russel Crowe, che personalmente non apprezzo granché, e anche in questo film, a mio avviso, non era molto adatto, più dal punto di vista fisico che per la bravura attoriale.
Un film sulla distanza tra un mondo luccicante, tutto vetro e acciaio, in ambienti asettici e riscaldati, fatto di persone che guadagnano (o perdono) denaro non producendo nulla a quello della terra, concreto, che da’ risultati tangibili (anzi, bevibili, in questo caso).
Cosa, alla fine, attrarrà di più il nostro “squaletto” Max?
Notevoli, in questo film, mi sono sembrati i dialoghi, con scambi e battute fulminanti. Ricordo in particolare quella della bella cameriera, tampinata da Max mentre lavorava, che gli dice “sono troppo occupata persino per ignorarti”.
Insomma, concludendo, non si tratta di un film da antologia ma di un buon prodotto, per passare un paio di ore in modo divertente e non stupido.
Il film e' tratto dal romanzo (omonimo) di Peter Mayle
