Sette Opere di Misericordia ( Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio, 2011)
“Sette opere di misericordia” e` un famoso e “forte” quadro del Caravaggio.che illustra le opere definite “ di misericordia” nel Catechismo: dar da bere agli assetati, dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, ecc.
I giovani gemelli De Serio, Massimiliano e Gianluca, registi di questo film, ispirandosi piu` al quadro che alla tradizione cristiana danno di queste opere un’interpretazione “contemporanea” e di grande profondita`.
Luminita e` un’ immigrata moldava, clandestina, vive in una baraccopoli alla periferia di Torino insieme a suoi connazionali che “si aspettano molto da lei”, cioe` vogliono che ogni sera porti soldi in cambio di un po’ di cibo e un posto per dormire, e cosi` lei durante il giorno rubacchia dove le capita, in particolare negli ospedali.
(prima opera “visitare gli infermi”: in questo caso pare quasi di vederci dell’ironia)
Durante uno di questi suoi giri all’ospedale un suo contatto le segnala un vecchio (Roberto Herlitzka), tracheotomizzato, da derubare al suo rientro a casa dopo la dimissione dall’ospedale: la cosa riesce e Luminita entra nella casa di questo vecchio. Ma lui e` quasi piu` povero di lei: in una casa disastrata e disadorna, c’e` solo qualche verdura da mangiare, un armadio con vecchi vestiti e poco altro.
Luminita rapisce il neonato figlio di una delle persone con cui vive nella baraccopoli e lo porta li`. Il povero bambino piange, piange, piange finche` lei, su suggerimento del vecchio, capisce che bisogna dargli da mangiare..
Dopo l’iniziale scontro, tra Luminita e il vecchio si stabilisce una strana solidarieta` tra naufraghi. Lui ha bisogno di aiuto per mangiare e lavarsi, lei con il bambino rapito ha bisogno di una tana per nascondersi.
Tra loro c’e` un colloquio senza parole, fatto di sguardi e gesti, che raggiunge l’apice in termini espressivi quando lui, prendendole la mano, la porta a toccare la sua ferita, il buco lasciato dalla tracheotomia, e questo gesto sembra quasi il contatto “estremo”, l’ invito a “entrare” nella sua sfera personale, nella sua vita.
Luminita voleva vendere il bambino rapito, ma non riesce: alla fine, con un gesto che pare folle, lo riporta alla famiglia il cui padre si vendica picchiandola selvaggiamente.
Il vecchio e` morto, Luminita pesta e sanguinante sale su un tram in compagnia di un ragazzino suo amico (o forse fratello?), e spariscono, ignorati da tutti, tra i passeggeri. Delle loro vite abbiamo conosciuto solo una breve tranche.
Forse non avrei dovuto raccontarvene cosi` tanto, ma alla fine la trama non e` neppure importante, ne` e` importante qualche ingenuita` nella storia (il neonato che sembra sopravvivere per due giorni senza bere ne` mangiare, il ritorno alla bidonville col bambino, dopo il rapimento, gesto quasi suicida); ma e` importante il modo in cui questa storia e` girata, il fatto che quasi senza dialoghi (in tutto il film verranno pronunciate si` e no trenta parole) venga passata allo spettatore tutta una gamma di emozioni e sentimenti fortissimi, che la miseria della giovane clandestina e del vecchio malato e abbandonato da tutti trovino un punto di infinita compassione reciproca, appunto una “misericordia” che assomiglia di piu` alla definizione romana di “pietas” che al senso cristiano di misericordia, perche` si stabilisce tra due persone che si trovano nella stessa condizione di naufraghi su questa terra, abbandonati da tutti senza prospettive.
I personaggi, soprattutto all’inizio, sono sgradevoli: Luminita e` una ladra che ruba a poveri come lei, ruba in ospedale, tenta di rubare a un povero vecchio, rapisce un bambino e rischia addirittura di farlo morire; il vecchio sembra definitivamente intristito dalla vita e dalla malattia.
Eppure la scintilla della misericordia li accende e ciascuno dei due ha una sua catarsi: il vecchio morendo, Luminita subendo il pestaggio.
Da qualunque abisso una resurrezione pare possibile.
Roberto Herlitzka e` un vecchio magnifico, e Luminita e` interpretata da Olimpia Melinte, giovane e bravissima attrice rumena.
Il bianco e nero inquadra il film in questa sua dimensione concettuale e direi quasi spirituale: non e` un film facile, e` un film per riflettere sulla poverta`, sulla solitudine, anche sull’emigrazione, ma soprattutto sui misteriosi meccanismi della comunicazione profonda tra esseri umani.
Un capolavoro.
