La biciclatta verde - (Haifaa Al-Mansour, 2012) - Recensione
Un film del 2012, raro per la sua ambientazione e ancor di piu` per il fatto di essere stato diretto da una donna: la regista e` infatti Haifaa Al-Mansour, di nazionalita` saudita, e l’Arabia Saudita e` un paese in cui alle donne e` vietato quasi tutto, compreso l’andare in biciletta, appunto.
E` la storia di una ragazzina, Wadjda, che dopo aver visto un suo amico, uno con cui non potrebbe giocare perche` e` maschio, andare in bicicletta, decide di sfidarlo in una gara di corsa, ma “ovviamente” a lei non e` permesso avere una bicicletta, e oltretutto il prezzo della bici per la sua famiglia e` molto alto.
Ma Wadjda e` ostinata e in gamba: visto che sua madre, che ha tanti altri problemi, rifiuta di comprargliela e gliela proibisce decisamente, decide di provare a procurarsi i soldi vendendo collanine, ma e` chiaro che la strada e` lunga.
Quando la scuola che frequenta (e in cui non brilla per osservanza religiosa) bandisce un concorso sulla conoscenza del Corano il cui premio e` una cifra sufficiente all’acquisto, si candida. Con una volonta` di ferro si mette a studiare il Corano e, nonostante tutto sia contro di lei, riesce a vincere..
Il finale e` proprio quello che lo spettatore europeo desidera, anche se, temo, leggermente inverosimile.
La trama e` tutta qui, ma e` impressionante, per un europeo, l’ambiente descritto: le donne sono vestite normalmente solo in casa, quando escono si coprono in modo da lasciar vedere soltanto gli occhi, devono parlare a voce bassissima (“la voce di una donna non deve essere sentita al di la` della porta di casa”), se lavorano lontano da casa devono farsi trasportare da “autisti ufficiali” che caricano, su auto bollenti e senz’aria condizionata, sotto il sole, 3 o 4 povere donne coperte come se fossero a 2000m.
La rigidissima scuola per ragazze dove per qualsiasi cosa, un biglietto a un ragazzo, un po’ di smalto sulle unghie, si puo` esser punite e additate all’esecrazione delle compagne; assurdita` tipo “le donne non possono andare in bicicletta perche` perdono la possibilita` di avere figli”, il ripudio della moglie se non puo` piu` aver figli e l’unica figlia generata e` femmina, la preghiera collettiva in cui bisogna stare a contatto di gomito perche` “se c’e` spazio ci si infila il diavolo”; la moglie che quando il marito invita gli amici prepara una cena sontuosa, la depone davanti alla porta della sala, bussa e poi si ritira per non essere vista e mentre il marito ritira il vassoio se ne va a mangiare da sola gli avanzi in cucina.
Il tutto in un paese ricchissimo e “potente” i cui governanti si interfacciano con i governanti dell’ Occidente.
In questo mondo, le donne hanno solo due alternative: sottomettersi o “entrare nel sistema” , contribuendo a inculcare questo stato di costrizione nelle altre donne, come fanno le insegnanti della scuola che Wadjda frequenta.
La bicicletta in questo mondo diventa dunque un sogno di liberta`, un normalissimo desiderio per una ragazza europea o americana, ma una bestemmia agli occhi degli “osservanti”. Eppure pare che non tutti siano cosi`, a partire dal negoziante che tiene da parte la bici per la ragazzina fino a quando non potra` permettersi di comprarla.
Non e` un film rivoluzionario, anzi e` un film delicato con attenzione ai personaggi: Wadjda, la sua insegnante e la madre sono tre modi di essere “donna” in un mondo che alle donne appare veramente ostile anche quando sembra avere delle gentilezze per loro (nella figura del padre, ad esempio, gentilezza che si rivela amara), per non parlare di quando questa gentilezza e` del tutto assente come nella figura dell’autista.
Difficile, difficilissimo per un occidentale orientarsi in un panorama come questo, in un sistema che non sembra distinguere una seria pratica religiosa da vere e proprie irrazionalita`. E` chiaro che c’e` qualcosa che non riusciamo a capire, ma e` chiaro anche che c’e` qualcosa che per noi non e` possibile capire.
Brava la regista e brave le attrici, naturalissime e intense.
A me e mia moglie e` piaciuto molto: era (eccezionalmente!) presente anche mio figlio ventenne che si e` esibito in un “voi vedete sempre queste storie tristi di paese strani”, pero` poi ha ammesso che non gli era dispiaciuto...
