L'invenzione di Morel (Emidio Greco, 1972) Con Giulio Brogi, scenografie di Amedeo Fago
Film del 1972 di Emidio Greco, recentemente scomparso, tratto da un libro di Adolfo Bioy Casares.
Strano e fascinoso, dai lunghissimi silenzi, di atmosfera quasi metafisica.
Il protagonista (Giulio Brogi) e` un evaso che, su una barchetta, fugge dal carcere insulare in cui era rinchiuso e approda su un’isola vicina e apparentemente deserta.
Sull’ isola sorge un grande edificio architettonicamente molto interessante, epoca primi ‘900 (in realta` costruito ad hoc sull’isola di Malta, secondo uno splendido progetto di Amedeo Fago in qualita` di scenografo), un po’ museo un po’ centrale idroelettrica. Ma purtroppo non funziona piu` nulla. Le piscine sono asciutte e dagli innumerevoli rubinetti non esce una goccia d’acqua. Non ci sono neppure molte probabilita` di procurarsi del cibo, ma lui si fa bastare qualche radice, qualche tubero estratto dalla terra. In compenso il paesaggio roccioso, in un silenzio attonito rotto solo dal rumore del mare e dallo stridio degli uccelli, e` stupendo e surreale.
Improvvisamente appaiono dei personaggi, eleganti e abbigliati stile primi ‘900, che danzano, prendono il sole, passeggiano, e lo ignorano. Lui tenta invano, e con prudenza, perche` teme di essere riconsegnato alla prigione, di stabilire dei contatti, ma non succede niente di tutto questo: queste persone sembrano non vederlo. Finche` si scopre l’ invenzione di Morel: non sono VERI esseri umani, ma sono il risultato di una registrazione quasi perfetta, che ha immortalato le loro parole, il loro aspetto, perfino il loro profumo, per sempre e a loro insaputa..
Questa e` l’invenzione di Morel. Morel e` una specie di elegante scienziato pazzoide che registra i suoi amici a loro insaputa e contro la loro volonta` (infatti, quando glielo rivela, la prendono piuttosto male), e su di lui e sui suoi macchinari aleggiano gravi dubbi: pare che nel luogo dove ha tentato i suoi primi esperimenti si siano verificati dei decessi sospetti.
Ma il film non approfondisce questi dettagli, ne` fornisce alla storia un finale: l’evaso-naufrago rimane li`, solo ma accompagnato da queste scene che si ripetono sempre uguali, incastrato in un mondo in cui non puo` cambiare nulla: spegne le macchine della centrale, per non sentirne il rumore, ma dopo poco la registrazione glielo ripropone; abbatte un muro a colpi di piccone, ma il giorno dopo lo rivede intatto..
Non gli resta che provare a inserirsi, riattivando le registrazioni, in una scena dove la bella Faustine legge vicino a lui, ovviamente senza vederlo..
Sono mille le citazioni e gli echi che emergono dalla visione di questo film: da “2001 Odissea nello spazio” a “Zabriskie Point”, solo per citare due film molto famosi dello stesso periodo. E` un film di grande fascino che affronta il sogno di creare attimi di felicita` perfetta e farli durare in eterno, e` una ricerca dell’immortalita` che si trasforma nella replica di un presente che, ripetuto all’infinito, perde il suo colore; la grazia dei ballerini che danzano per sempre lo stesso valzer assume una connotazione meccanica, quasi macabra, l’ eleganza dei discorsi che si ripetono sempre uguali li fa sembrare sempre piu` vuoti.
E l’evaso, unico umano vivo, e vero, fa una pena crescente, come se si fosse rinchiuso in una prigione ben piu` inespugnabile di quella nella quale era stato incarcerato: lentamente le sue forze calano, e il suo volto comincia a mostrare segni di rovina..
Paesaggio bellissimo, come bella e` la centrale/museo e gli eleganti, eterei personaggi anni 30; musica di Nicola Piovani con il contributo canoro di Laura Betti. Giulio Brogi, ora quasi ottantenne e allora poco meno che quarantenne, era bellissimo e di una bravura straordinaria.
Un film immeritatamente poco conosciuto che inserisce Emidio Greco tra i grandi registi italiani degli anni ’70.

