Io sono Li (Andrea Segre, 2011) con Marco Paolini
Un film bello? No, di più: un capolavoro assoluto (almeno per me).
Shun Li (magicamente interpretata da Zhao Tao), è una delle tante facce cinesi che sempre più spesso vediamo nelle nostre città.
Sballottata da misteriose organizzazioni cinesi da Roma (dove faceva camicie) alla meravigliosa, malinconica e umida Chioggia a fare la barista in un'osteria per pescatori DOC, Li cerca di racimolare quello che le serve per pagare i debiti e portare con se il figlio di 8 anni che vive con il nonno, in Cina.
Le regole della misteriosa organizzazione sono ferree e crudeli. Se sgarra, deve ricominciare a pagare il debito da zero.
A Chioggia tra qualche perplessità, alcune resistenze e poco affetto, Li impara la lingua e gli usi locali.
A lei si affeziona un pescatore slavo, anch'esso un immigrato, con vaghe pretese poetiche.
La storia, del tutto platonica, turba sia gli amici di lui che l'organizzazione cinese, che la minaccia e poi cambia di nuovo posto di lavoro a Li.

Io sono Li è uno stupefacente film di Andrea Segre, alla sua prima esperienza come regista e autore di lungometraggi.
Questo film, oltre ad essere girato magnificamente, si basa sulla conoscenza profonda che Segre, laureato in Sociologia della Comunicazione, ha del problema dell'immigrazione.
Nulla è lasciato al pietismo o all'effetto ruffiano. La storia è, una volta tanto, originale e nel contempo interessante e credibile, come credibili sono gli eccezionali attori che interpretano i credibilissimi personaggi.
Da Marco Paolini a Roberto Citran, da Giuseppe Battiston a Rade Sherbedgia.
Perfetti i dialoghi, anche quelli in chioggiotto stretto, non molto più comprensibili del cinese, ma, fortunatamente, sottotitolati per i non chioggiotti.
Romanticamente malinconica la fotografia.
Da non perdere.