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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

A.C.A.B. (Stefano Sollima, 2012)

petardo

 

Primo lungometraggio di Stefano Sollima, tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini. Ha ricevuto numerose nomination al David di Donatello del 2012.

Cobra, Negro e Mazinga sono tre “celerini”, cioe` tre poliziotti del Reparto Celere di Roma. La storia si dipana intorno alle loro vicende private e “lavorative”, in cui sembra che niente vada bene da nessuna parte.

Mazinga (Marco Giallini) viene letteralmente azzoppato, di proposito, durante uno scontro con tifosi/neofascisti, e ha un figlio che sta crescendo male, incontrollabile e neofascista anche lui.

Negro (Filippo Nigro) e` una specie di psicopatico che non riesce a salvare il suo matrimonio.

Cobra (PierFrancesco Favino) ha in casa ritratti del duce, un processo in corso per lesioni inferte a un tifoso allo stadio, nessuna famiglia, una rabbia selvaggia.

A questi si aggiunge un giovane arrivato da poco, di origine popolare e frequentazioni precedenti decisamente estranee al mondo della polizia.

Questi uomini vengono mandati a controllare (leggi: a menarsi) con tifosi incredibilmente violenti, a sgomberare campi nomadi o inquilini sfrattati, alle manifestazioni, insomma ovunque serva qualcuno disposto allo scontro fisico.

Giu` il casco, su lo scudo, mano armata di manganello, e via. Non sara` facile, penso. Ma forse a qualcuno “piace”, e qui comincia la mia inquietudine. Cosa spinge un giovane di questo paese ad entrare nella polizia? E con quali criteri si viene ammessi?

Ovviamente per un lavoro di questo tipo ci vuole una certa facilita` a “menare le mani”, insieme alla convizione di aver incrollabilmente ragione e di essere i difensori dell’ordine; ma se e` indubitabile che ci voglia una certa predisposizione, non vorrei pero` veder applicata anche in questo caso la massima “e` un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo”.

La prima reazione, credo comune quasi a tutti gli spettatori, e` di disgusto per questi poliziotti violenti che sembrano agire al di la` dello stato, come se si sentissero dispensati dalla necessita` di seguire la legge; l’episodio della caserma Diaz viene liquidato come “una gran cazzata”, ma questa non e` una scusa accettabile, per chi ha seguito la vicenda del G8.

Al tempo stesso, quando li si vede allo stadio ad affrontare certe tifoserie, o quando li si vede nella loro disastrosa vita privata che se ne va allo sfascio anche per colpa di questo lavoro che praticamente non li abbandona mai, viene da considerarli quasi dei poveracci.

Poveracci cattivi e vendicativi, convinti di un’idea di ordine “muscolare” e fascisteggiante; uomini che avrebbero potuto benissimo appartenere a una cosca o a una “banda” , ma sono semplicemente andati dall’altra parte, in nome di un senso del dovere piuttosto travisato. Insomma, uomini pericolosi ma utili, l’altra faccia della societa` civile, quelli che eseguono ordini di cui le persone “perbene” non vogliono sapere nulla ma apprezzano che vengano eseguiti, da qualcun altro.

Che in questa squadra di gladiatori possano finire degli psicopatici, e` ovvio. Che un pensiero come questo sia inquietante e dia una spiegazione della paura (irrazionale, ma non troppo)  che prende ciascuno di noi quando siamo fermati da un poliziotto, e` altrettanto ovvio.

Che ci siano in giro persone che “meritano” di essere prese a manganellate, e` un pensiero che sarebbe meglio non avere, che tutti i poliziotti siano bastardi, come dice l’acronimo del titolo, probabilmente non e` vero.

La legge, la giustizia, i loro servitori non possono compiere vendette. Ma la legge e la giustizia dovrebbero anche evitare di mandare i loro servitori allo sbaraglio: si potrebbe discutere per ore se sia giusto sfrattare un vecchio lanciandogli i vestiti dalla finestra per obbligarlo a uscire, se sia giusto fare un raid punitivo, a freddo, contro il centro sociale nazista che ha ferito Mazinga, se sia giusto sfrattare una anziana signora (la mamma del poliziotto appena arrivato) promettendole una casa popolare in cui non riuscira` a entrare perche` e` stata occupata da qualcun altro.

La discussione su cosa si debba fare per avere una giustizia rapida e funzionante, come fare per garantire i diritti di tutti i cittadini senza spaccare loro la testa a manganellate, come avere dei custodi dell’ordine che incutano fiducia e non terrore, esula da un film che vuole, forse, solo mostrare lo “spaccato” di un mondo.

Quando Cobra canta “celerino, figlio di puttana” , all’inizio del film, e` autoironico? O e` una haka? E il giovane “di borgata” che entra in polizia e poi se ne va disgustato, cosa credeva di trovare? E` verosimile che se ne vada perche` deluso rispetto al suo senso di giustizia?

Comunque e` un bel film. Per stomaci magari non troppo delicati, ma sopportabile. Meno sopportabile e` l’insieme di interrogativi che pone, tra cui la domanda “ma nelle mani di chi siamo?”.

Bravi tutti gli attori, ma Pierfrancesco Favino e` straordinario.

Ottima regia.

 

 

 

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