Incontro con Alan Friedman al circolo dei lettori di Novara
Nella cornice del Castello Visconteo-Sforzesco di Novara, il Circolo dei Lettori ha ospitato uno degli appuntamenti più interessanti di questa stagione culturale: l'incontro con Alan Friedman, giunto in città per presentare "La mano di Orfeo", il suo primo romanzo di narrativa dopo una lunga e prestigiosa carriera giornalistica.
L'evento si è svolto nella Sala Sibilla Aleramo, ambiente non particolarmente benevolo nei confronti dell'acustica. La marcata riverberazione della sala, unita a una caratteristica inattesa dell'ospite, ha infatti richiesto una certa attenzione da parte del pubblico: Friedman possiede una voce sorprendentemente bassa, e il suo italiano, ottimo ma attraversato da un evidente accento anglosassone, rendeva talvolta necessario uno sforzo supplementare per cogliere ogni sfumatura del discorso. Valeva però la pena prestare ascolto.
Nato a New York nel 1956, Friedman è una delle firme internazionali più note nel campo dell'economia e della geopolitica. Ha lavorato per testate come Financial Times, International Herald Tribune, New York Times e Wall Street Journal, ha ricevuto quattro British Press Award e, nel corso di oltre quarant'anni di attività, ha intervistato presidenti, primi ministri, capi di Stato e protagonisti della finanza mondiale.
Con "La mano di Orfeo" l'autore abbandona, almeno formalmente, il terreno del saggio per cimentarsi con il thriller politico. Il romanzo racconta un intrigo internazionale che attraversa finanza, servizi segreti, apparati militari e governi, ruotando attorno all'esistenza di un'organizzazione clandestina capace di influenzare gli equilibri mondiali. Un futuro prossimo che si può definire distopico, ma non troppo: uno di quei racconti che inquietano proprio perché appaiono plausibili.
Durante la conversazione è apparso evidente come ambientazioni, situazioni e meccanismi di potere descritti nel libro siano alimentati dall'esperienza diretta accumulata dall'autore in decenni trascorsi a osservare da vicino le stanze dove si prendono le decisioni che influenzano il mondo. Del resto, come ricordato anche nella presentazione del volume, si tratta di un "romanzo sul potere scritto da chi quel potere lo ha osservato e raccontato da vicino".
Naturalmente l'intervistatore non ha resistito alla tentazione di chiedere quanto vi fosse di reale nei personaggi e nelle vicende narrate. Friedman, con il suo abituale sorriso sornione e una simpatica dose di finta ingenuità, ha respinto ogni tentativo di identificazione, ribadendo che si tratta di pura fiction. Una risposta che, inevitabilmente, ha alimentato nel pubblico il sospetto opposto.
Più che una semplice presentazione letteraria, l'incontro si è trasformato così in una riflessione sui rapporti fra politica, economia, intelligence e democrazia. Temi che Friedman frequenta da una vita e che nel romanzo trovano una veste narrativa particolarmente efficace.
Alla fine della serata si usciva dal castello con due impressioni. La prima è quella di aver incontrato un narratore capace di trasformare quarant'anni di osservazione del potere in materia romanzesca avvincente. La seconda, decisamente meno rassicurante, è che il futuro descritto ne "La mano di Orfeo" potrebbe non essere poi così lontano dalle dinamiche che stanno già plasmando il nostro presente. Ed è forse proprio questo il motivo per cui l'incontro, oltre che interessante, è risultato per molti aspetti anche piuttosto preoccupante.
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