Tatami - (Zahra Amir Ebrahimi, Guy Nattiv, 2023) - Recensione - Con Arienne Mandi, Zahra Amir Ebrahimi
Tatami racconta la storia di Leila, judoka iraniana in gara ai Campionati mondiali di judo, allenata da Maryam. La sua ambizione è conquistare la prima medaglia d’oro dell’Iran, ma a metà competizione arriva un ordine perentorio dal regime: ritirarsi fingendo un infortunio, perché potrebbe trovarsi a combattere contro un’atleta israeliana.
Da qui nasce un conflitto teso e claustrofobico: Leila deve scegliere tra obbedire o sfidare apertamente le imposizioni politiche, rischiando la propria sicurezza e quella della sua famiglia. Il film, girato in bianco e nero, trasforma il tatami in un luogo di resistenza fisica e morale, dove ogni gesto diventa una presa di posizione.
"Tatami" oggi (Giugno 2026) colpisce per il contesto in cui arriva. Un film diretto da un israeliano e da un’iraniana, lui abita negli USA, lei è in esilio in Francia, che racconta l’oppressione del regime iraniano proprio mentre USA e Israele hanno scatenato un conflitto contro l’Iran che, paradossalmente, ha finito per rafforzare l’immagine del regime stesso, trasformandolo agli occhi di molti in una vittima invece che in un carnefice. Questo rovesciamento involontario rende la visione del film ancora più straniante: la denuncia della coercizione iraniana si sovrappone alla percezione di un Paese sotto attacco, e il risultato è un’ambiguità politica che il film non poteva prevedere ma che oggi lo attraversa.
Gli attori e i creativi iraniani coinvolti vivono tutti fuori dal loro Paese, e questa distanza si sente: il film parla dell’Iran senza essere “dell’Iran”, con la lucidità amara di chi è stato costretto a lasciarlo.
Il film è girato in bianco e nero, una scelta che sembra voler evocare un’atmosfera quasi documentaristica, ma che non trova sempre una giustificazione pienamente convincente. Non c’è un uso simbolico della luce, né un contrasto che amplifichi il dramma. È un’estetica elegante, certo, ma che rischia di apparire più come un marchio autoriale che come una necessità narrativa.
Il judo, poi, non aiuta a rendere la storia più accessibile. Per chi non apprezza questo sport, "Tatami" non offre alcuna chiave per farlo amare: le prese, gli strangolamenti codificati, la fisicità coercitiva rendono il tatami un luogo claustrofobico, quasi sgradevole. Forse è proprio questo il punto: uno sport che non libera, ma stringe; che non esalta, ma soffoca. Una metafora fin troppo evidente della condizione della protagonista.
Voto: 7/10
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