Amusia - (Marescotti Ruspoli, 2022) - Recensione - Con Fanny Ardant, Maurizio Lombardi, Adriano Chiaramida, Carlotta Gamba,
Il film segue Livia, una giovane nata con l’amusia, un disturbo neurologico che le impedisce di comprendere e tollerare la musica, percepita come rumore distorto e doloroso. Questa condizione la isola fin dall’infanzia e la spinge a fuggire da casa, esasperata dall’incomprensione dei genitori — un padre musicista incapace di accettare la sua diversità e una madre divisa tra affetto e frustrazione.
Nel suo vagabondare, Livia approda al Motel Amour, dove incontra Lucio, coetaneo che vive di musica e lavora come DJ in una balera romagnola. Lui sopravvive grazie alla musica, lei scappa dalla musica: due opposti che si attraggono.
Il loro incontro avviene in un microcosmo provinciale e surreale, fatto di edifici metafisici, motel a ore e luci al neon, un luogo dove entrambi cercano di non soccombere alla solitudine. La storia diventa così un percorso di avvicinamento, cura reciproca e confronto con i propri limiti emotivi.
"Amusia" è un film che dichiara fin da subito i propri intenti: l’amusia, disturbo reale ma raro, non è il centro tematico dell’opera, bensì un pretesto narrativo che permette a Marescotti Ruspoli — qui alla sua prima regia e autore anche del soggetto — di costruire una storia sull’estraneità, sulla distanza emotiva, sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo. La condizione della protagonista diventa così una metafora, un dispositivo che giustifica il suo isolamento e che apre la strada a un racconto sensoriale e psicologico.
Su questa base si innesta la scelta formale più evidente: una regia fredda, laconica, controllata, che richiama certi paesaggi emotivi di Antonioni senza scadere nell’imitazione. Ruspoli riduce i dialoghi, dilata i tempi, lascia che siano gli spazi a parlare. È un cinema che non cerca l’empatia immediata, ma un’osservazione distaccata, quasi clinica, dei personaggi e del loro modo di muoversi in un mondo che sembra sempre un po’ più grande di loro.
In questo contesto la fotografia di Luca Bigazzi diventa decisiva. Le sue inquadrature nette, le geometrie rigorose, la luce che scolpisce gli ambienti più che i volti, trasformano il film in un vero esercizio visivo, coerente con la poetica della regia. Bigazzi non si limita a illustrare: costruisce un universo estetico che dialoga perfettamente con l’idea di un cinema che vive di atmosfera più che di trama.
Gli espedienti sono riconoscibili, persino “programmati”: la malattia rara come metafora, la forma glaciale, la fotografia come protagonista. Eppure Amusia funziona. Ha un fascino particolare, un po’ intellettuale e un po’ naïf, che lo rende un oggetto curioso, coerente, interessante. Non inventa nulla, ma usa con consapevolezza gli strumenti che sceglie, e li fa dialogare in modo armonico.
Una parte importante del suo magnetismo deriva dai luoghi. Il film sembra costruito attorno a spazi che diventano personaggi: la “città metafisica” di Tresigallo, con la sua urbanistica razionalista che pare uscita da un quadro di De Chirico; l’incredibile cimitero di San Cataldo a Modena, progettato da Aldo Rossi, con i suoi volumi astratti e il suo silenzio geometrico; la discoteca Caprice di Codigoro, luogo pop e sospeso, quasi fuori dal tempo. Non sorprende che la produzione sia sostenuta dalla Emilia-Romagna Film Commission, perché il territorio non è semplice sfondo: è parte integrante del progetto estetico.
In definitiva, Amusia è un film che vive di atmosfera, di spazi, di sguardi. Un’opera prima che punta più alla suggestione che al racconto, e che trova nella coerenza visiva e nella scelta dei luoghi la sua forza più autentica. Un film che non cerca di piacere a tutti, ma che sa essere memorabile proprio grazie alla sua identità così nitidamente definita.
Voto: 8/10
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