Il signore delle mosche - (Marc Munden, 2026) - recensione - Con Lox Pratt, Winston Sawyers, Beau Thompson
Un gruppo di ragazzini sono gli unici sopravvissuti a un incidente dove un aereo è precipitato su un’isola deserta.
All’inizio prevale un istinto positivo: Ralph e Piggy cercano di organizzare i superstiti, radunarli attraverso riti condivisi, mantenere un fuoco acceso nella speranza che qualcuno li veda e li venga a salvare. C’è quasi un’illusione di normalità, come se bastasse imitare le regole del mondo da cui provengono per restare umani.
Ma l’isola, con la sua solitudine e le sue paure, comincia a deformare tutto. Jack, affascinato dalla caccia e dal potere, attira a sé i più impulsivi, promettendo libertà e forza invece di disciplina. La presunta “bestia” che qualcuno dice di aver visto diventa un’ombra che cresce nella mente di tutti, un pretesto per giustificare la violenza e per dividere il gruppo in fazioni sempre più ostili.
La miniserie riesce a restituire con notevole lucidità lo spirito dell'omonimo romanzo di Golding (del 1954), mantenendo intatta la sua riflessione più disturbante: la civiltà non crolla in un attimo, ma si sgretola lentamente, quasi senza che chi la vive se ne renda conto. È proprio in questa progressione strisciante che la serie trova la sua forza, mostrando come il potere e la sopraffazione non si impongano solo con la violenza esplicita, ma anche attraverso l’uso delle paure — paure reali, immaginate o abilmente alimentate — che diventano strumenti di manipolazione più o meno consapevole. I ragazzi finiscono così per reagire non a ciò che accade, ma a ciò che temono possa accadere, e questo li spinge verso scelte sempre più irrazionali e crudeli.
Questa dinamica, pur inscritta in un gruppo di preadolescenti isolati dal mondo, risulta sorprendentemente attuale. È facile riconoscere, dietro i conflitti dell’isola, meccanismi che appartengono anche agli adulti: la ricerca di un leader forte, la tentazione di delegare la propria sicurezza a chi promette protezione, la costruzione di nemici immaginari, la paura come collante e come arma. La serie non forza il parallelo con il presente, ma lo lascia emergere con naturalezza, come se l’isola fosse solo una lente che ingrandisce ciò che già esiste nelle nostre società.
L’ambientazione visiva amplifica questa sensazione. Pur essendo un luogo potenzialmente paradisiaco, l’isola è filmata con toni cupi, ombre pesanti, cieli minacciosi. La natura non consola, non accoglie: osserva, distorce, inquieta. È un paesaggio che sembra riflettere lo stato mentale dei protagonisti, trasformando la bucolicità in un teatro di tensione costante.
Nel complesso, la trasposizione dal romanzo funziona bene. Le quattro puntate da un’ora ciascuna permettono di esplorare i personaggi e le loro derive, anche se qualche passaggio risulta un po’ dilatato. La regia è solida, attenta ai dettagli emotivi, e sorprende l’efficacia dei giovani interpreti, capaci di rendere credibile sia l’innocenza iniziale sia la progressiva caduta nell’oscurità.
Ne risulta un adattamento fedele, inquieto e profondamente rispettoso del romanzo, capace di rinnovarne la forza simbolica e di ricordare quanto sia facile, per chiunque, lasciarsi guidare dalla paura invece che dalla ragione.
voto: 8/10
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