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Flee - (Jonas Poher Rasmussen, 2021) - recensione . Animazione

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Il film d'animazione (o, per alcuni, docufilm d'animazione) "Flee" ricostruisce la storia di Amin, rifugiato afghano che, dopo anni di silenzio, decide di raccontare al suo amico regista il vero percorso che lo ha portato in Danimarca. Il film mostra come la sua richiesta d’asilo sia stata ottenuta anche grazie a dichiarazioni non del tutto veritiere, necessarie per sopravvivere e sfuggire a un sistema che non gli avrebbe lasciato alternative.

L’animazione diventa allora uno strumento di protezione: alcune parti del racconto sono deliberatamente sfumate o modificate per evitare che la sua identità reale possa essere riconosciuta, dato che il suo passato non è perfettamente conforme alle leggi del Paese che lo ospita.

Nonostante tutto, grazie al sostegno economico dei parenti e alla propria determinazione, Amin riesce a studiare e affermarsi come accademico, costruendo una vita rispettata. Ma il film mette in luce anche un altro nodo: la sua omosessualità, vissuta come un peso indicibile in un contesto – l’Afghanistan – dove non esiste nemmeno una parola per definirla.

"Flee" diventa così il racconto di una fuga fisica e identitaria, di un uomo che cerca un luogo sicuro non solo per vivere, ma per esistere davvero.

 

Una storia potente, ma meno incisiva di quanto ci si potrebbe aspettare.

"Flee" è un’opera che colpisce per la sua struttura ibrida: un documentario animato che alterna sequenze disegnate a brevi inserti di filmati reali, tra cui quello finale, volutamente simile all’animazione che lo precede. È un passaggio che dà corpo alla vicenda e ricorda allo spettatore che dietro il tratto grafico c’è una persona reale, con un passato reale.

Il film agli Oscar 2022 è stato candidato contemporaneamente come miglior film internazionale, miglior film d’animazione e miglior documentario. Non ha vinto in nessuna categoria, ma questo – come spesso accade – non è né una conferma né una smentita del suo valore: un Oscar non è garanzia di nulla, né in positivo né in negativo.

Molti critici parlano di uno “stile raffinato e pudico”. Personalmente, la definizione sembra generosa. Gli ambienti sono curati, alcune sequenze astratte hanno una loro forza evocativa, ma l’animazione dei personaggi è spesso rigida, grezza, con movimenti che ricordano più uno storyboard animato che un film compiuto. Anche la recitazione – per quanto filtrata dall’animazione – risulta scolastica, asettica, quasi meccanica, come se la forma documentaria avesse finito per irrigidire anche l’espressività.

Un limite evidente è ciò che il film non racconta: la parte della vita di Amin in cui, da rifugiato, riesce comunque – grazie al sostegno economico dei parenti – a studiare, laurearsi e diventare un accademico affermato. È un passaggio fondamentale della sua storia, ma resta sullo sfondo, quasi eluso, come se il film preferisse concentrarsi solo sulla fuga e sul trauma, perdendo l’occasione di mostrare anche la ricostruzione.

In definitiva, "Flee" resta un’opera importante per il tema che affronta e per la sua forma ibrida, ma – considerati i commenti entusiastici che circolano – è comprensibile aspettarsi qualcosa di più.

 

Voto: 6.5/10

Flee - (Jonas Poher Rasmussen, 2021) - recensione . Animazione
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