Qualcosa di lilla - (Isabella Leoni, 2026) - recensione - Con Federica Pala, Raffaella Rea, Margherita Buoncristiani
Nicole, quindicenne silenziosa e invisibile perfino agli occhi dei suoi genitori (separati), convive con la bulimia come con un segreto ingombrante. Per nascondersi — e nascondere il proprio corpo — indossa abiti troppo larghi, quasi un’armatura che la protegge dal mondo.
L’equilibrio fragile della sua routine cambia quando a scuola arriva Luce: appariscente, sicura di sé, tutto ciò che Nicole non si sente di essere. Ma dietro la brillantezza di Luce si nasconde la stessa ferita: anche lei soffre di bulimia, in silenzio. Il riconoscersi nel dolore crea tra le due un legame immediato, profondo, ma non salvifico.
Quando a Luce viene diagnosticato un disturbo mentale che richiede il ricovero in un istituto, sull'amicizia prevarrà il peso della paura e dell’impotenza. È proprio allora che i genitori di Nicole, finalmente scossi dalla situazione, si accorgono del disagio della figlia. Ma capirlo non significa saperla aiutare: resta aperta la domanda su come ricostruire ciò che per troppo tempo è stato ignorato.
"Qualcosa di lilla" è un film che scava, con pudore e precisione, nelle zone d’ombra dell’adolescenza.
La sceneggiatura di Maruska Albertazzi, Attrice e attivista, attinge ai propri diari e alle testimonianze raccolte negli anni, trasformando un materiale intimo e doloroso in una narrazione che non indulge mai nel sensazionalismo.
La regia di Isabella Leoni accompagna questo impianto con sensibilità. Costruisce un film che riesce a essere insieme delicato e impattante: evita l’estetizzazione del disagio, ma non lo edulcora; mostra la bulimia e il senso di invisibilità con un realismo che, solo apparentemente, non ferisce lo spettatore. Anche nei momenti più critici — le crisi, i silenzi, le fughe — la regista mantiene un equilibrio che dà credibilità e profondità alla storia.
Il cuore del film è il rapporto tra Nicole e Luce, due ragazze che si incontrano ai margini e scoprono di condividere lo stesso dolore. La loro amicizia, costruita su un segreto che pesa e un riconoscersi che libera, è raccontata con una verità notevole. Quando la diagnosi di Luce introduce un ulteriore livello di fragilità, il film trova un nuovo centro emotivo, mostrando come il disagio mentale non sia quasi mai un fatto isolato ma un’onda che investe relazioni, famiglie, identità.
A rendere tutto questo credibile è un cast sorprendentemente coeso. Le interpreti principali reggono il film con naturalezza, ma è notevole come anche i ruoli minori — genitori, insegnanti, compagni — risultino autentici, mai macchiette né semplici funzioni narrative. È un lavoro corale che amplifica la forza del racconto.
Qualcosa di lilla è, in definitiva, un film che parla di disturbi alimentari, solitudine e fragilità senza mai perdere di vista la dignità dei suoi personaggi. Non offre soluzioni facili, non chiude con un lieto fine rassicurante: preferisce lasciare lo spettatore con una domanda aperta, la stessa che tormenta i genitori di Nicole quando finalmente vedono ciò che non avevano voluto vedere.
Voto: 8/10
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