Lee Miller - (Ellen Kuras, 2024) - Recensione - Con Kate Winslet, Andy Samberg
“Lee Miller” racconta la straordinaria vita della celebre fotografa e corrispondente di guerra, ripercorrendone il cammino dagli anni ’30 fino al cuore della Seconda guerra mondiale.
Ex modella newyorkese trasferitasi in Francia, Lee abbandona la moda per affermarsi come fotografa, vivendo tra artisti e intellettuali.
Con lo scoppio del conflitto si sposta a Londra, dove lavora per British Vogue e lotta contro le restrizioni imposte alle donne.
Determinata a documentare la guerra in prima linea, ottiene l’accreditamento come corrispondente e parte per il fronte europeo. Qui forma un sodalizio professionale con il fotografo David E. Scherman e realizza immagini destinate a diventare iconiche: dalla liberazione di Parigi alla documentazione degli orrori dei campi di concentramento, talune ritenute, contro la sua volontà, troppo crude per essere pubblicate.
“Lee Miller”, esordio alla regia di Ellen Kuras, nasce dichiaratamente dal libro The Lives of Lee Miller scritto dal figlio Antony Penrose: un testo che porta con sé non solo la volontà di ricostruire una figura straordinaria, ma anche il peso di un rapporto madre‑figlio complicato, segnato dai traumi psicologici della guerra e dall’alcolismo della Miller.
Il film tenta di tradurre questa complessità, ma lo fa attraverso una scelta narrativa che finisce per appesantirlo: l’intervista che una Lee anziana rilascia a un giornalista, che solo alla fine si rivela essere proprio il figlio. Un espediente che vorrebbe dare coesione emotiva al racconto, ma che risulta ambiguo, quasi artificioso, e che non chiarisce mai del tutto se ciò che vediamo sia davvero un’intervista o una sorta di confessione retrospettiva. In ogni caso, la struttura non aggiunge profondità e anzi sembra sottrarre fluidità alla narrazione.
A questa incertezza si somma una gestione talvolta poco limpida dei luoghi e dei contesti in cui Miller scatta le sue fotografie più celebri. Alcune sequenze, pur visivamente curate, non restituiscono con precisione lo spazio, il momento, la tensione storica in cui quelle immagini sono nate. Perfino la scena della vasca da bagno di Hitler — una delle fotografie più enigmatiche e discusse della Miller — appare più evocata che realmente raccontata.
Il punto è proprio questo: con la quantità di materiale narrativo, biografico, storico e persino mitologico che la vita di Lee Miller offre, perché ricorrere a soluzioni così costruite, così “di cornice”, che non sembrano davvero servire la storia? La sensazione è che Kuras, al suo primo lungometraggio dopo una lunga carriera come direttrice della fotografia, abbia voluto imprimere un segno autoriale, ma senza trovare un equilibrio tra ambizione formale e chiarezza narrativa. Una sorta di desiderio di “firma” che finisce per sottrarre forza al racconto invece di potenziarlo.
Kate Winslet, dal canto suo, è intensa, generosa, totalmente immersa nel ruolo. Eppure, nonostante l’impegno e la trasformazione fisica, rimane sempre percepibile come “Kate Winslet che interpreta Lee Miller”. È una grande interpretazione, ma non una sparizione.
Il risultato complessivo è un film che possiede momenti potenti — soprattutto quando si avvicina agli orrori della guerra e alla loro ricaduta psicologica — ma che fatica a trovare un linguaggio narrativo coerente. La vita di Lee Miller è un romanzo già scritto dalla realtà: bastava forse fidarsi di più di quella materia incandescente, invece di incorniciarla in dispositivi che non la esaltano.
Voto: 7/10
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