La voce di Hind Rajab - (Kaouther Ben Hania, 2025) - Recensione - Con Saja Kilani, Amer Hlehel, Clara Khoury
Gaza, dicembre 2024, centro operativo della Mezzaluna Rossa.
Un luogo dignitoso, affollato di mappe, telefoni e operatori che cercano di coordinare i soccorsi mentre la Striscia è schiacciata dalle operazioni dell’IDF, sempre fuori campo.
Durante un’evacuazione ordinata ai civili, un’auto carica di una famiglia palestinese viene inspiegabilmente colpita da centinaia di proiettili. L’unica sopravvissuta è Hind Rajab, sei anni. Il centro riceve una chiamata disperata dalla cugina quindicenne della bambina, pochi istanti prima che venga uccisa; quando gli operatori richiamano, è Hind a rispondere.
Da quel momento, il film segue la lotta degli operatori per inviare una ambulanza che si trova vicino al luogo dell’attacco. Ma ogni movimento richiede estenuanti negoziazioni con i militari israeliani per ottenere un “percorso sicuro”. Le autorizzazioni non arrivano, le linee cadono, il tempo scorre.
Intanto, la voce di Hind rimane in linea: chiede aiuto, piange, si aggrappa alle parole degli operatori che cercano di rassicurarla e tenerla sveglia. È un dialogo fragile, che segna profondamente chi ascolta.
Il film resta chiuso dentro il centro operativo, dove l’impotenza cresce insieme al silenzio della bambina.
La storia di Hind Rajab aveva già avuto una risonanza significativa nei notiziari internazionali dell’epoca.
Il film, diretto e sceneggiato da Kawthar Ben Hania, è un ibrido tra documento e ricostruzione, dove la regista tunisina lavora come un’archivista della tragedia, trasformando materiali reali in un dispositivo narrativo di precisione. La sceneggiatura è costruita come un cerchio che si stringe: tutto converge verso un unico punto, la voce, e tutto ciò che la circonda – attori, ambienti, ricostruzioni – è calibrato per non sovrastarla.
Ben Hania evita qualsiasi estetizzazione del dolore.
Il cuore del film è la registrazione autentica della voce di Hind, registrata dalle centraline del centro emergenze. Non è un artificio narrativo: è un documento.
E la regista lo tratta come tale.
La voce di Hind – fragile, spezzata, ma incredibilmente lucida – diventa la colonna vertebrale dell’intero racconto. Tutto il resto è costruito attorno a quel suono: la messa in scena non tenta mai di “drammatizzare” ciò che già è drammatico in sé.
Il risultato è intenso proprio perché non c’è mediazione: lo spettatore ascolta ciò che è realmente accaduto.
Uno degli elementi più sorprendenti – e più toccanti – è la rappresentazione degli operatori del centro soccorsi.
La loro voce, anch’essa autentica, è un controcanto alla disperazione di Hind: professionale, composta, ma attraversata da un’emozione trattenuta a fatica.
È un ritratto di umanità sotto pressione.
Non eroi, non figure retoriche: persone che cercano di mantenere lucidità mentre percepiscono l’irreparabile.
La regista riesce a far emergere questa tensione senza mai forzare la mano.
La forza di "La voce di Hind Rajab" sta proprio nella sua assenza di immagini esplicite.
Non c’è sangue, non ci sono corpi, non ci sono scene di violenza diretta.
Eppure il film è quasi insostenibile.
Significativo e confortante il fatto che tra i numerosi produttori figurano Brad Pitt e Joaquin Phoenix.
Voto: 8/10
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