La piccola Amélie - (Liane-Cho Han Jin Kuang, Mailys Vallade, 2025) - Recensione
La storia segue i primissimi anni di vita di Amélie, una bambina belga nata in Giappone. Nei primi mesi vive quasi in uno stato vegetativo e interpreta il mondo con una logica tutta sua, arrivando persino a credersi una piccola divinità. Un giorno, però, un evento improvviso — e soprattutto l’assaggio di un pezzetto di cioccolato bianco — la “risveglia” alla vita reale, spingendola a scoprire il mondo con curiosità crescente.
Grazie alla presenza affettuosa della nonna e della tata Nishio‑san, Amélie inizia a esplorare emozioni, legami, paure e meraviglie, osservando tutto con lo sguardo poetico e filosofico tipico. È un viaggio sensoriale e introspettivo che racconta come nasce la coscienza di una bambina.
"La piccola Amélie" è un film d’animazione di forte impronta visiva d’ispirazione giapponese, un tratto che non sorprende conoscendo l’origine di una delle due registe, Liane‑Cho Han. L’estetica richiama con coerenza il Giappone degli anni ’70: giardini silenziosi, interni ordinati, colori pastello e un senso di quiete sospesa che appartiene più all’immaginario collettivo che a una ricostruzione realistica, ma che funziona bene nel contesto poetico del racconto.
La pellicola adatta il romanzo "Metafisica dei tubi" di Amélie Nothomb, un testo ironico, filosofico e spiazzante, e lo trasforma in un’opera più morbida, più emotiva, meno tagliente dell’originale. Laddove il libro è un piccolo esercizio di insolenza intellettuale, il film preferisce un approccio più lineare e contemplativo, privilegiando la meraviglia infantile rispetto alla provocazione.
Uno degli elementi più discussi è la voce fuori campo della protagonista. Nel doppiaggio italiano assume un tono estremamente infantile, quasi zuccheroso, come se il film fosse destinato a un pubblico molto giovane. Il problema è che i contenuti narrati – riflessioni sulla coscienza, sulla percezione, sull’identità, persino sulla morte – appartengono invece a un registro adulto. Ne deriva una sorta di cortocircuito: i bambini rischiano di annoiarsi o non capire, mentre gli adulti possono trovare la voce narrante troppo leziosa e dissonante rispetto alla profondità dei temi.
Il risultato complessivo è un’opera che rimane sospesa tra due pubblici senza appartenere davvero a nessuno dei due. Rimane comunque apprezzabile la cura estetica, la delicatezza di alcune sequenze e la capacità di evocare un mondo interiore ricco e sensoriale. Ma l’adattamento, pur elegante, sembra smussare troppo la complessità del romanzo, e la scelta del registro vocale indebolisce l’impatto emotivo.
Voto: 6/10
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