Happy Holidays - (Scandar Copti o "Iskandar Qubti", 2024) - Recensione - Con Manar Shehab, Wafaa Aoun, Merav Mamorsky
Il film segue le vite intrecciate di quattro personaggi nella città di Haifa, poco prima degli eventi del 7 ottobre 2023. Al centro c’è Rami, arabo-israeliano, la cui compagna ebrea Shirley rimane incinta: lui teme per il futuro del bambino e della loro relazione clandestina, mentre lei rifiuta l’idea dell’aborto nonostante le pressioni familiari.
Parallelamente, la sorella di Rami, Fifi, rimane coinvolta in un incidente che porta alla luce segreti scomodi sulla sua vita privata, mentre Miri, sorella di Shirley, affronta la depressione della figlia e le tensioni legate al servizio militare.
Le loro storie mostrano le fratture culturali, religiose e di genere della società israeliana, mettendo in scena un dramma intimo e corale.
"Happy Holidays" è un film che porta con sé un elemento inevitabile di sospensione: è stato scritto e girato dal regista palestinese con cittadinanza israeliana Iskandar Qubti prima degli eventi del 7 ottobre 2023, ma è arrivato nelle sale quando quel mondo, già fragile, era ormai irrimediabilmente cambiato. Questa distanza tra il momento della creazione e quello della fruizione amplifica la sensazione di assistere a un racconto che, pur non essendo profetico, sembra cogliere con lucidità le tensioni sotterranee che precedevano la tragedia.
La lavorazione del film è parte stessa della sua identità. Qubti ha raccolto circa 200 ore di materiale, frutto di una lunga convivenza tra attori non professionisti che hanno finito per "abitare" i personaggi più che interpretarli, lasciando grande spazio all’improvvisazione probabilmente grazie anche a un copione volutamente poroso. La mole di registrazioni ha richiesto quindici mesi di montaggio per essere distillato nelle due ore finali. Questa genesi spiega sia la naturalezza delle interpretazioni — misurate, talvolta persino troppo trattenute — sia la complessità, a tratti spiazzante, della struttura narrativa.
Lo spettatore si trova infatti immerso in una trama intrecciata, frammentata, osservata da più punti di vista, con una sequenza temporale che rifiuta la linearità. Alcune situazioni ritornano, si ripetono, come se il film chiedesse a chi guarda di ricostruire da sé il mosaico emotivo e sociale che lega i personaggi. È un approccio che può affascinare, ma che richiede attenzione e pazienza, e non sempre offre appigli chiari.
Sul piano tematico, Happy Holidays mette in scena con forza i conflitti latenti tra arabi ed ebrei, ma non si limita a questo. Qubti mostra anche le tensioni interne ai singoli gruppi, dove tradizioni radicate — spesso di stampo patriarcale — continuano a esercitare un peso significativo sulle scelte individuali. Il film non giudica, ma osserva: famiglie, coppie miste, giovani in cerca di un’identità possibile in un contesto che sembra negarla.
Particolarmente incisiva è la rappresentazione dell’indottrinamento dei giovani, un intreccio di religione, militarizzazione e culto della leadership che appare come un meccanismo pervasivo, quasi inevitabile. Non è un’accusa diretta, ma un ritratto inquieto di come le generazioni vengano plasmate da un sistema che fonde appartenenza, paura e dovere.
In definitiva, Happy Holidays è un’opera ricca di spunti, sincera nel suo sguardo e coraggiosa nella sua costruzione. Tuttavia, la sua forma — volutamente irregolare, stratificata, a tratti criptica — rischia di renderla meno fruibile per lo spettatore medio. È un film che chiede molto, forse troppo, ma che restituisce un’immagine complessa e autentica di una società sospesa sul bordo di un cambiamento drammatico.
Voto: 7/10
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