Boléro - (Anne Fontaine, 2024) - Recensione - Con Raphaël Personnaz, Doria Tillier, Jeanne Balibar
Il film racconta la genesi del più celebre brano di Ravel, brano (il Bolero) di cui non è chiaro se più amato o odiato dal compositore, certamente più "semplice" sebbene assai audace come struttura rispetto alle sue altre composizioni.
Quando la danzatrice Ida Rubinstein gli commissiona una musica originale per un nuovo balletto, Ravel accetta pur non avendo un’idea precisa: è stanco, segnato dalla guerra, tormentato da un perfezionismo che lo paralizza.
Il film lo segue mentre cerca un appiglio creativo, fruga nei ricordi, si confronta con la sua solitudine e con la presenza ambigua di Misia Sert, amica, musa e specchio delle sue fragilità.
La musica nasce quasi per sottrazione: un ritmo semplice, ripetuto, che cresce come un’ossessione e diventa via via più potente, mentre Ravel sembra consumarsi nel tentativo di controllare ogni dettaglio. Il balletto prende forma insieme al suo declino fisico, e il Boléro appare come un miracolo sorto da un uomo che sente di avere sempre meno tempo e sempre meno voce.
"Boléro" di Anne Fontaine è un biopic che sceglie una struttura parzialmente non lineare, alternando presente, ricordi e immaginazione, ma senza mai abbandonare un’impostazione convenzionale, quasi classica, nel modo di raccontare la nascita di un capolavoro.
La figura di Maurice Ravel, interpretato da Raphaël Personnaz, emerge come algida, controllata, refrattaria all’abbandono emotivo. Non è immediato capire se questa freddezza sia un limite dell’attore o una scelta precisa della regista: il risultato, però, è coerente con ciò che sappiamo del compositore, uomo riservatissimo, poco incline a confessioni sentimentali e geloso della propria interiorità.
Il film lo circonda di donne affascinanti — Ida Rubinstein, Misia Sert, altre figure del suo entourage — ma non suggerisce mai veri legami amorosi, in linea con la biografia che non documenta relazioni sentimentali significative. Le interazioni restano sfumate, quasi protette da un velo di distanza che sembra appartenere tanto al personaggio quanto alla messa in scena.
In alcuni momenti, soprattutto nelle sequenze in cui Ravel dirige l’orchestra, il personaggio appare addirittura goffo, come se il gesto non gli appartenesse del tutto. Anche qui il film lascia un’ambiguità: è Personnaz a non convincere, oppure Fontaine vuole restituire la realtà storica di un Ravel considerato un direttore “limitato”, più a suo agio nella scrittura che nella pratica esecutiva? La regia non scioglie il dubbio, ma questa incertezza finisce per diventare parte del ritratto: un artista geniale che, fuori dal laboratorio della composizione, sembra perdere sicurezza.
Nel complesso, Bolero è un’opera che non rischia, ma che trova una sua forza nella sobrietà: racconta la nascita di un brano ossessivo e travolgente attraverso un protagonista che non si concede mai del tutto, e forse proprio per questo resta enigmatico, distante.
Voto: 7/10
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