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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

Amata - (Elisa Amoruso, 2025) - Recensione - Con Miriam Leone, Stefano Accorsi, Tecla Insolia

petardo

 

Due percorsi femminili che si sfiorano senza conoscersi, ma che finiscono per specchiarsi l’uno nell’altro.

Nunzia, diciannove anni, arriva a Roma dalla Sicilia per studiare.

Ha poche risorse economiche. È riservata, determinata a non pesare sulla famiglia.

Una sera vive una breve avventura con un ragazzo conosciuto all’università: nulla di importante, nulla che lei voglia trasformare in una relazione. Quando scopre di essere incinta, è già troppo tardi per interrompere la gravidanza. Non lo dice quasi a nessuno, nemmeno al padre del bambino, che resta del tutto inconsapevole.
La sua vita si restringe: studiare, nascondere la pancia che cresce, rimuginare su un bivio che la paralizza. Tenere il figlio o darlo in adozione. Nessuna delle due strade le appare giusta, nessuna indolore.

Parallelamente, Maddalena e Luca, una coppia di professionisti romani, vivono una crisi silenziosa. Lei è ingegnera civile, lui un pianista affermato. Dopo tre aborti spontanei, i medici sconsigliano a Maddalena di tentare ancora: il rischio sarebbe troppo alto. L’adozione potrebbe essere una via, ma Maddalena non riesce ad accettare l’idea di non poter diventare madre “come aveva immaginato”. È sospesa tra dolore, rabbia e un senso di fallimento che la isola anche da Luca, che invece vorrebbe guardare avanti.

Le due storie scorrono parallele fino a convergere.

 

"Amata", diretto con mano sicura e sensibilità rara da Elisa Amoruso su una sceneggiatura solida e luminosa di Ilaria Bernardini, affronta temi tutt’altro che nuovi — maternità, desiderio, perdita, scelta — ma lo fa con una tale pregnanza emotiva da restituire freschezza anche a ciò che il cinema ha già raccontato molte volte.
La forza del film non sta nell’originalità del soggetto, bensì nella profondità dello sguardo: Amoruso non cerca mai il colpo di scena, non forza mai la mano, non costruisce melodrammi. Lascia che le emozioni emergano da sole.

Il cuore pulsante del film è la doppia indagine psicologica sulle sue protagoniste.
Le due figure sono diverse, lontane per età, classe sociale, vissuto. Eppure Amoruso e Bernardini le costruiscono come complementari, come due metà di una stessa domanda in un film che diventa un racconto sulla maternità come desiderio e come responsabilità, e sulla libertà — spesso dolorosa — di scegliere il proprio destino.

La regia accompagna questo parallelismo con una delicatezza che colpisce. Le scene emotivamente più impegnative — e ce ne sono molte — non scivolano mai nel ricatto sentimentale. Non c’è una sola inquadratura che sembri “costruita a tavolino”. Tutto respira, tutto appare naturale, persino nei momenti di maggiore tensione.

Gran parte del merito va anche alle interpreti.
Gaia Inzolia, nei panni di Nunzia, offre una prova sorprendente per misura e autenticità: il suo volto racconta più dei dialoghi, e la sua vulnerabilità non è mai debolezza.
Miriam Leone, come Maddalena, dà vita a un personaggio complesso, trattenuto, lacerato da un dolore che non vuole esibire. È una performance di grande maturità, fatta di silenzi, esitazioni, piccoli gesti che dicono tutto.

Insieme, le due attrici costruiscono un equilibrio emotivo che regge l’intero film.

Considero Amata uno dei migliori film recenti: sincero, privo di retorica, capace di parlare allo spettatore senza alzare la voce.
Ed è quasi inspiegabile — e un po’ ingiusto — che sia stato così poco considerato dalla critica, come se la sua sobrietà lo avesse reso meno visibile in un panorama che spesso premia l’eccesso.

È invece un’opera che merita attenzione, tempo, ascolto.
Un film che rimane addosso.

 

Voto: 9/10

Amata - (Elisa Amoruso, 2025) - Recensione - Con Miriam Leone, Stefano Accorsi, Tecla Insolia
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