Un semplice incidente - (Jafar Panahi, 2025) - Recensione - Con Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi
Iran, 2024.
Un banale incidente stradale diventa la scintilla che riapre ferite profonde e mai rimarginate.
Un uomo alla guida investe un cane: sembra un contrattempo da nulla, ma l’auto si ferma poco dopo. Cercando aiuto in un magazzino vicino, l’uomo che incontra — Vahid — crede di riconoscere nella sua voce e nel suo passo claudicante il torturatore che anni prima lo aveva brutalmente perseguitato.
Da quel momento, lo scopo di Vahid e delle persone da lui chiamate per aiutarlo ad accertare la vera identità del potenziale torturatore — che nega strenuamente — diventa la vendetta per ciò che hanno subito nelle terribili carceri iraniane.
"Un semplice incidente" si presenta come uno spaccato sorprendente — e spesso inquietante — della società iraniana contemporanea. Jafar Panahi, ancora una volta, utilizza un pretesto narrativo minimo per far emergere dinamiche sociali, psicologiche e politiche che raramente arrivano sullo schermo con tale immediatezza. L’incidente stradale che dà avvio alla storia diventa così un prisma attraverso cui osservare comportamenti che oscillano tra rabbia improvvisa, ingenuità disarmante e una diffusa sfiducia reciproca.
Il film porta con sé il peso della biografia del suo autore: Panahi, più volte accusato e condannato dal regime iraniano, impossibilitato a lasciare il Paese dal 2010 al 2025, firma un’opera che è chiaramente un atto d’accusa contro il potere teocratico. Eppure lo fa scegliendo un tono che sorprende: invece del dramma cupo e frontale, opta per un impianto che sfiora spesso la commedia, una commedia amara, fatta di situazioni paradossali.
Lo spettatore, di fronte a questo strano equilibrio, rimane inevitabilmente spaesato. Non è sempre chiaro quanto lo strano miscuglio di impulsività, sospetto e candore appartenga davvero alla quotidianità iraniana e quanto invece sia una scelta ironica, quasi grottesca, con cui Panahi decide di raccontare la vicenda, tra realismo e allegoria, tra denuncia e satira.
Ciò che appare invece tristemente autentica è la rappresentazione della corruzione diffusa. Panahi mostra un sistema in cui quasi ogni figura di potere — dal più umile addetto al più autorevole funzionario — sembra pronta ad approfittare della situazione per richiedere una “mancia”, un favore, un piccolo tornaconto personale. È un meccanismo talmente radicato da risultare quasi normale, e proprio per questo ancora più inquietante.
In definitiva, Un semplice incidente è un film molto interessante, capace di far riflettere senza rinunciare a un tono leggero e talvolta persino giocoso. A tratti, a mio avviso, la narrazione può sembrare un po’ ingenua, soprattutto nel modo in cui alterna registri diversi. Forse questa ingenuità fa parte del linguaggio di Panahi: un modo per raccontare l’assurdità del reale senza appesantirlo, lasciando allo spettatore il compito di coglierne la profondità.
Voto: 7/10
/image%2F1103575%2F20260314%2Fob_f47127_un-semplice-incidente-2025.jpg)