La misura del dubbio - ( Daniel Auteuil, 2024) - Recensione - con Daniel Auteuil, Grégory Gadebois, Sidse Babett Knudsen
La misura del dubbio è un dramma giudiziario in cui il vero protagonista, più ancora del delitto, è il confine sottile tra colpa e innocenza. Jean Monier è un avvocato penalista che ha abbandonato i processi dopo aver fatto assolvere un assassino recidivo: da allora vive schiacciato dal rimorso e ha scelto di non difendere più imputati in casi di sangue. Quando però incontra Nicolas Milik, uomo mite, padre di cinque figli, accusato di aver ucciso la moglie alcolizzata, qualcosa in lui si incrina. Convinto, quasi contro ogni prudenza, dell’innocenza di quest’uomo che non beve, che accudisce con attenzione i figli e che sembra l’opposto del mostro che l’accusa vorrebbe dipingere, Jean decide di tornare in aula e di seguirlo in un lungo processo in corte d’assise.
Il film abbraccia con convinzione la tradizione del poliziesco classico: ritmo misurato, centralità dell’indagine, dialoghi asciutti e una fotografia che valorizza gli spazi aperti e un po’ selvaggi della Provenza e della Camargue. È un’opera ben recitata e ben scritta, con una struttura narrativa curata che non lascia nulla al caso, costruita con quella precisione quasi notarile tipica dei racconti tratti da fatti reali.
Se devo individuare un limite, direi che nella parte iniziale manca un po’ di verve. Una scelta forse deliberata, coerente con il tono realistico, ma che può far percepire un avvio leggermente trattenuto.
Molto interessante invece il lavoro sulle musiche. L’alternanza tra Bach e sonorità gitane come nella canzone dei titoli di coda, "Le fil – The Beggar & the Thief" di Piers Faccini, crea un contrasto che rispecchia bene la tensione tra metodo investigativo e imprevedibilità umana.
Voto: 8/10
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