Franco Battiato - Il lungo viaggio - (Renato De Maria, 2026) - recensione - Con Dario Aita, Simona Malato, Elena Radonicich
La storia segue la vita e l’evoluzione artistica di Franco Battiato, dall’infanzia in Sicilia ai primi passi nella musica, fino all’affermazione come uno dei cantautori più innovativi d’Italia. Il film mette al centro la sua ricerca spirituale, le sperimentazioni sonore, gli incontri decisivi (come quelli con Juri Camisasca, Giuni Russo, Fleur Jaeggy Giusto Pio, solo per citarne alcuni) e il rapporto profondo con la madre.
"Franco Battiato – Il lungo viaggio" procede come un’opera che sembra trovare sé stessa strada facendo: l’avvio è un po’ esitante, quasi timoroso di entrare davvero nella vita del suo protagonista. È un inizio che non cattura subito, come se il film avesse bisogno di prendere fiato prima di accordarsi al ritmo interiore di Battiato. Ma quando questo accade, la narrazione cambia tono: diventa più morbida, più contemplativa, più vicina a quella dimensione di ricerca che ha sempre caratterizzato l’artista.
Uno degli elementi che contribuisce maggiormente a questa trasformazione è l’uso delle canzoni. Non sono semplici citazioni, né brevi frammenti messi lì per riconoscibilità: i brani più iconici vengono eseguiti quasi per intero, diventando veri momenti drammaturgici. Il fatto che non siano le versioni originali, ma reinterpretazioni suonate e cantate ex novo, non toglie nulla alla loro forza; anzi, permette al film di costruire un proprio spazio sonoro coerente, evitando l’effetto “collage” tipico di molti biopic musicali. La voce di Dario Aita, sorprendentemente vicina a quella di Battiato, non scivola mai nell’imitazione sterile: è una somiglianza che nasce dalla cura, non dalla copia. Aita sembra aver interiorizzato non solo il timbro, ma anche il modo di respirare le frasi, di modulare le inflessioni, di lasciare sospese alcune parole. È un lavoro che restituisce un Battiato credibile, vivo, senza mai trasformarlo in un fantoccio mimetico.
Questa attenzione si riflette anche nel modo in cui Aita parla, nei gesti minimi, nelle posture: piccoli dettagli che evocano il cantautore senza mai ingabbiarlo. Ed è proprio in questi momenti che il film raggiunge il suo massimo realismo emotivo. La sorpresa più grande, forse, è la rappresentazione di un Battiato insospettabilmente solare, aperto, gentile nei rapporti quotidiani. Non un santino, non un guru distante, ma un uomo che sa essere ironico, affettuoso, persino leggero. Questa dimensione, spesso trascurata, dona al film una luminosità inattesa e rende più toccanti le scene in cui la musica diventa un’estensione naturale del suo carattere.
Accanto a questa cura, però, emergono alcune fragilità. I personaggi secondari, soprattutto i discografici milanesi, appaiono tratteggiati con minore profondità, quasi schiacciati su stereotipi già visti: cinici, frettolosi, un po’ caricaturali. È come se il film, così attento a non tradire la complessità del suo protagonista, non avesse dedicato la stessa finezza al contesto che lo circonda. Questo squilibrio non compromette l’insieme, ma crea una discontinuità evidente tra la ricchezza del ritratto centrale e la bidimensionalità di alcuni comprimari.
Nel complesso, Il lungo viaggio è un’opera che vive della sua sincerità: quando si concentra su Battiato, sulla sua voce, sulla sua umanità, riesce a essere sorprendentemente autentica; quando si affida a formule più convenzionali, perde un po’ di forza. Ma ciò che resta, alla fine, è un ritratto rispettoso, emozionante, capace di restituire non solo l’artista, ma l’uomo che cercava, con ostinata dolcezza, un modo per essere nel mondo senza smettere di interrogarsi.
Voto: 8/10
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