Fosdinovo - Archivi della resistenza - Ginevra Di Marco in “Canti, richiami d’amore”
A Fosdinovo, nelle sere della “Rassegna per chi non si Rassegna”, il Museo Audiovisivo della Resistenza si trasforma.
Prima c’è la cena sociale, con i tavoli lunghi, i piatti condivisi, le chiacchiere che si intrecciano tra persone che magari non si conoscono ma che, per una sera, fanno parte della stessa piccola comunità. È un modo semplice e diretto per creare un clima di vicinanza, quasi domestico, che prepara naturalmente all’ascolto.
Quando poi arriva il momento del concerto, l’atmosfera cambia senza diventare solenne. Si fa solo più attenta. E in questo spazio così raccolto, il trio formato da Ginevra Di Marco alla voce, Francesco Magnelli al pianoforte e ai magnellophoni, e Andrea Salvadori alle chitarre ed elettronica trova un terreno ideale.
La voce di Ginevra non ha bisogno di effetti o di grandi volumi: è uno strumento che funziona per equilibrio. Ha un’estensione ampia, sì, ma soprattutto una capacità di muoversi tra i registri senza mai perdere naturalezza. Nei passaggi più bassi rimane morbida, piena, quasi confidenziale; quando sale, lo fa con una pulizia che non sembra mai uno sforzo. L’intonazione è sempre precisa, ma non rigida: c’è un calore che la rende immediatamente riconoscibile.
Accanto a lei, il lavoro musicale di Magnelli e Salvadori non è semplice accompagnamento: è un tessuto sonoro che sostiene, amplifica e a volte anticipa le sfumature della sua interpretazione. Il pianoforte e i magnellophoni di Magnelli creano un ambiente armonico essenziale ma ricco di dettagli, mentre le chitarre e l’elettronica di Salvadori aggiungono colori, respiri, piccoli movimenti che rendono ogni brano vivo e presente.
Quello che colpisce davvero, però, è il modo in cui Ginevra interpreta. Non “esegue” i brani: li abita. Ogni canzone diventa un piccolo racconto, e lei sembra sempre sapere esattamente da dove arriva e dove vuole portarla. Nei canti popolari, la sua voce porta con sé un senso di radice; nei brani più moderni, emerge una sensibilità che sa essere delicata o intensa a seconda del momento.
Nel contesto della rassegna, tutto questo acquista un valore in più. Il Museo della Resistenza non è un luogo neutro: è carico di memoria, di storie, di voci che vengono da lontano. E quando il trio suona lì, l’interpretazione sembra dialogare con quel passato, senza retorica, solo con autenticità. Il pubblico lo percepisce: non è un concerto come gli altri, ma un incontro.
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