Tre ciotole - ( Isabel Coixet, 2025) - Recensione - Con Alba Rohrwacher, Elio Germano
Dopo sette anni di convivenza, un litigio che sembra solo l’ultimo segnale di una crisi più profonda porta Antonio a separarsi da Marta.
La separazione la svuota: il cibo perde sapore, il corpo si chiude, la quotidianità si restringe. È come se tutto ciò che la teneva in equilibrio si spezzasse di colpo. Ma scopre non si tratta solo di un problema psicosomatico.
Quando arriva la diagnosi – una malattia che cambia radicalmente il suo rapporto con il corpo e con il desiderio – Marta è costretta a fermarsi. E proprio in quello spazio sospeso, fatto di paura e vulnerabilità, inizia a trovare qualcosa che prima non vedeva.
La perdita dell’amore e la fragilità fisica diventano paradossalmente un varco: la spingono a rileggere la propria identità, oltre i ruoli che aveva sempre abitato; le fanno scoprire una forma nuova di intimità con sé stessa, più onesta e meno giudicante; le permettono di capire cosa desidera davvero, senza adattarsi o compiacere.
Antonio, dal canto suo, continua a cucinare nel suo ristorante, come prima della separazione. E' pentito e dispiaciuto. Vorrebbe ricostruire ciò che tra loro è andato in frantumi.
Ma il percorso di Marta ormai è altrove: nella ricerca di un equilibrio che non dipenda più da un altro, né da un corpo che non risponde come prima.
"Tre ciotole" nasce dall’omonima raccolta di racconti che Michela Murgia ha scritto negli ultimi mesi della sua vita, quando la malattia l’aveva già costretta a confrontarsi con la fragilità del corpo e con l’urgenza di dire ciò che restava da dire.
La storia di Marta, della separazione da Antonio e della diagnosi che le cambia la percezione di sé, funziona perché è credibile. Non c’è retorica, non c’è compiacimento: solo la misura esatta di ciò che può accadere quando una vita si incrina. La regia sceglie un passo sobrio, lasciando che siano gli attori a dare corpo alle emozioni trattenute.
Alba Rohrwacher è perfetta per il ruolo di Marta. La sua interpretazione è asciutta, precisa, capace di rendere visibile il dolore senza mai esibirlo. Ogni gesto sembra appartenere davvero a quel personaggio, come se Rohrwacher ne abitasse la vulnerabilità dall’interno.
Anche il resto del cast contribuisce alla solidità del racconto: nessuno forza i toni, nessuno cerca la scena madre. È proprio questa coralità misurata a rendere la storia così autentica. Le relazioni, le distanze, i silenzi: tutto appare naturale, vissuto, credibile.
Il film non cerca soluzioni né catarsi. Accompagna lo spettatore dentro un percorso di perdita e trasformazione, con la stessa sobrietà con cui Murgia aveva scritto quelle pagine.
Voto: 8/10
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