Enzo - (Robin Campillo, 2025) - Recensione . Con Eloy Phou, Pierfrancesco Favino, Élodie Bouchez
Enzo è un ragazzo francese di sedici anni che non sa ancora chi è né chi vuole diventare. Cresciuto in una famiglia benestante, circondato da attenzioni e aspettative, vive in una casa dove tutto sembra già deciso: la scuola giusta, il futuro giusto, persino il modo giusto di essere figlio.
Eppure dentro di lui c’è un’inquietudine che non riesce a nominare. Non sa se vuole studiare, lavorare, partire, restare.
Il padre, Paolo, è affettuoso, presente, premuroso. Forse troppo. Ogni gesto di cura diventa per Enzo un invito a rientrare in una forma che non sente più sua. Paolo non vuole soffocarlo, ma finisce per farlo senza accorgersene. E questo rende il loro rapporto teso, fragile, pieno di silenzi che pesano più delle parole.
In questo clima, Enzo ha preso una decisione che spiazza tutti: si fa assumere come apprendista muratore in un cantiere. Non è una fuga rabbiosa, ma un tentativo di capire chi è.
Il lavoro fisico, la fatica, la rudezza degli operai diventano un modo per misurarsi con il mondo reale, per sentire il proprio corpo, per cercare un’identità che non sia un riflesso della famiglia.
Nel cantiere incontra due operai ucraini, uomini che vivono sospesi tra il lavoro in Francia e la guerra che li richiama a casa. Sono figure che portano addosso una gravità che Enzo non ha mai visto.
Tra loro c’è anche Vlad, il più riluttante a partire, quello che ha costruito in Francia una parvenza di normalità e che ora deve abbandonarla per un dovere più grande di lui.
Enzo osserva tutto questo con un turbamento che non sa spiegare. Vlad lo affascina, lo inquieta, lo attrae. Non è un’attrazione dichiarata, né consumata: è un sentimento confuso, tipico di un’età in cui il desiderio non ha ancora un nome preciso. Vlad rappresenta qualcosa che Enzo non ha: un mondo adulto che lo spaventa e lo richiama allo stesso tempo.
Quando Vlad e il suo collega ucraino partono, Enzo resta solo nel cantiere, in mezzo a strutture incompiute e muri che sembrano reggersi per miracolo.
La scena finale, ambientata tra rovine antiche, diventa il simbolo perfetto di ciò che sta vivendo: un paesaggio di frammenti, di identità in costruzione, di legami che si spezzano e forse un giorno si ricomporranno.
Non c’è una risposta, non c’è una direzione chiara. C’è solo un ragazzo che guarda avanti senza sapere cosa troverà, ma con la consapevolezza che qualcosa dentro di lui è cambiato per sempre.
"Enzo" è un interessante film scritto e diretto da Robin Campillo, noto per il suo precedente "120 battiti al minuto", un film del 2017 che racconta la lotta degli attivisti di ACT UP-Paris contro l'indifferenza sociale nei confronti dell'AIDS negli anni '90.
Nel cast, Pierfrancesco Favino interpreta piuttosto bene il padre Paolo. Curiosamente, anche se non ne sono certo, la voce che lo doppia in italiano non sembra essere la sua.
Voto:8/10
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