L'orto americano - (Pupi Avati, 2024) - Recensione - Con Filippo Scotti, Roberto De Francesco
Bologna, ultimi mesi della Seconda guerra mondiale.
Un giovane con ambizioni letterarie ritenuto dalla società dell'epoca problematico e psicologicamente instabile, rimane folgorato dallo sguardo di un’infermiera dell’esercito americano con la quale ha scambiato poche parole.
Quell’incontro diventa per lui un’ossessione assoluta.
Un anno dopo, il ragazzo si trasferisce nel Midwest americano, proprio vicino alla casa in cui l’infermiera è cresciuta. Qui la sua infatuazione si trasforma in qualcosa di più oscuro, in bilico tra amore, delirio e minaccia, mentre il passato e la psiche del protagonista si intrecciano in un crescendo inquietante e irrisolto.
Scritto e diretto da Pupi Avati, L’orto americano è un film che mescola horror, thriller e dramma psicologico, con atmosfere sospese e un forte senso di mistero.
Mistero anche per lo spettatore, che si trova di fronte a situazioni decisamente (e, immagino, volutamente) poco chiare o inverosimili, che rimangono spesso sospese e non procedono in una direzione compiuta e confortevole.
Voluta è certamente anche la scelta di non dare un nome e un cognome al protagonista, indicato come “Lui”.
Suggestive alcune immagini della pellicola, in bianco e nero.
Voto: 6/10
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