Lubo - (Giorgio Diritti, 2023) - Recensione - Con Franz Rogowski, Christophe Sermet, Valentina Bellè
Confederazione elvetica, 1939
Lubo è un "nomade bianco" (jenisch) che vive lavorando come attore di strada assieme alla sua famiglia (moglie e figli in età prescolare).
Ma a causa dei venti di guerra generati dalla Germania nazista, Lubo sarà costretto ad arruolarsi nell'esercito svizzero.
Durante la sua assenza, a causa della loro appartenenza alla popolazione jenisch, le autorità allontaneranno i suoi figli dalla madre, la quale perderà la vita nel tentativo di impedirlo. Tale azione era finalizzata a consegnare i bambini a istituti di "rieducazione e affidamento" gestiti dalla famigerata "Pro Juventute", fondata su leggi razziste e principi di eugenetica.
Intimamente disperato, Lubo diserterà, riuscirà a cambiare identità (in modo anche efferato) e passerà il resto della sua vita alla ricerca dei figli rapiti dallo stato e, suo malgrado, a raccogliere prove dei misfatti perpetrati dallo stato stesso attraverso la "Pro Juventute"...
"Lubo" è un rigoroso film scritto e diretto da Giorgio Diritti sulla base di un romanzo di Mario Cavatore (Il seminatore) e di episodi documentati di quella pagina nera della recente storia della svizzera.
Film formalmente rigoroso anche se, in alcune parti, la situazione rimane non del tutto credibile.
Tuttavia ciò non inficia il valore della pellicola, che è indubbiamente notevole.
Voto: 8/10
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