Marco Confortola – Giorni di ghiaccio - Recensione
Marco Confortola, che ho avuto l’occasione di sentire qualche anno fa a Macugnaga, proprio per la presentazione di questo libro, e` uno dei piu` grandi alpinisti contemporanei.
Ha scalato molte delle piu` alte cime della terra, tra cui Everest, Annapurna, Broad Peak.
Questo libro e` dedicato alla tragica ascesa del K2, da lui portata a termine nel 2008 nonostante una concatenazione di eventi imprevedibili che ha portato alla morte di 11 alpinisti, e lui stesso all’amputazione di tutte le dita dei piedi per congelamento.
Il racconto e` narrato molto bene, soprattutto se consideriamo che non si tratta di uno scrittore professionista ma di un alpinista che ama da sempre tenere un diario.
Si comincia dalla preparazione, c’e` anche il racconto di un tentativo precedente rovinato da un problema che sembra banale, ma e` in realta` devastante: la scomparsa (furto? Valanga? Bufera?) del materiale preparato e lasciato presso uno dei campi da cui partire per l’ascesa.
C’e` poi tutta la descrizione della salita del 2008, cosi` come l’ha vissuta lui, da un campo all’altro (la scalata di un 8000 si affronta a tappe: si allestiscono parecchi campi in sequenza, che sono punti in cui poter riposare in una tenda, trovarci dei viveri e accatastare del materiale per le prossime tappe).
Nella stagione piu` favorevole sono molte le spedizioni internazionali che tentano l’ascesa in contemporanea, si incontrano alpinisti di vari paesi del mondo, si scambiano esperienze e si comparano le previsioni meteo (indispensabili per un’impresa a quella quota), si mangia insieme, si fa amicizia.
In questo caso ci sono i Coreani, gli Olandesi, gli Americani: ogni gruppo ha un suo stile, il suo materiale e un suo modo di procedere.
Data la quantita` di materiale necessario, ogni spedizione ha i suoi portatori, locali, a volte veri alpinisti, a volte un po’ distratti e svogliati: dal loro punto di vista probabilmente la scalata e` un capriccio per occidentali che per loro (Pakistani e Nepalesi) diventa un’occasione di lavoro.
Il racconto si fa progressivamente piu` serrato man mano che la spedizione procede da un campo all’altro. E` come se nella lettura progressivamente si inserisse un crescendo di ansia che il lettore condivide con l’alpinista. Nella parte finale Marco e` praticamente solo perche` Roberto Manni, che saliva con lui, a un certo punto resta indietro e poi rinuncia a completare la salita, tornando al campo base e svolgendo da li` il compito essenziale di organizzare il soccorso.
La tragedia si compie per una serie di eventi imprevedibili e concomitanti, tra cui il crollo di un seracco che porta con se` diverse persone.
Dal libro seguiamo Marco da solo nella fatica fisica ma anche psicologica, su pareti spaventosamente ripide e ghiacciate, impariamo nomi di punti chiave della scalata del K2 come la Piramide nera e il Collo di Bottiglia, sentiamo quasi anche noi addosso l’ombra del seracco che incombe come un enorme palazzo di ghiaccio,
La solitudine e` totale, impossibile comunicare con gli altri alpinisti, a volte li vede in lontananza e li riconosce dai colori delle tute, si rassicura quando li riconosce, si preoccupa, a ragione, quando ne manca qualcuno.
Per una serie di imprevisti arriva in cima alle 19, resta li` solo qualche minuto, poi comincia la discesa, ma e` impossibile: lui e Jesus (soprannome di Gerard McDonnel, una delle vittime di questa scalata) devono fermarsi a passare la notte nella “zona della morte”, a 8400 metri, senza tenda, nella neve, stando attenti a non addormentarsi per non morire assiderati, accompagnati da rumori sinistri di valanghe e forse da allucinazioni. Jesus a un certo punto sparisce e non lo vedra` piu`.
E poi, finalmente, l’incontro con gli alpinisti che stavano risalendo per cercarlo, l’arrivo al campo base, la sconvolgente scoperta di essere quasi l’unico sopravvissuto.
E` un racconto grandioso e terribile, di una fatica estrema in condizioni pazzesche che si fa perfino fatica a capire, dato che lui stesso e` soggiogato dal desiderio di arrivare sulla cima del K2, ma quando e` li` sogna solo di essere sull’aereo verso casa.
Una passione divorante che, a quanto fa capire lui stesso, gli ha fatto perdere anche degli affetti importanti.
Insomma, e` un viaggio in un mondo che pochi di noi conoscono, il mondo dell’alpinismo “estremo”, di una sfida con la morte che impone resistenza psicofisica, determinazione ostinata, forse un pizzico di follia.
Oltre, ovviamente, a uno sconfinato amore per la montagna.
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