Un divano a Tunisi - (Manele Labidi Labbé, 2019) - Recensione - Con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura Mastoura
Anziche' starsene comodamente a Parigi (probabilmente con qualche collega di troppo) la psicanalista trentacinquenne di origini tunisine Selma decide di tornare nel paese natale e aprire uno studio.
Uno "studio" si fa per dire, perche' inizialmente usa un vecchio divano per far distendere i pazienti piazzato sul tetto (piatto) della casa di parenti.
Nonostante lo scetticismo di tutti "li' hanno Dio con cui confidarsi", l'attivita' incontra un inaspettato successo: code di curiosi personaggi iniziano ad affollare le scale che portano allo studio per farsi psicanalizzare.
Selma pero' si dovra' scontrare con un anomalo poliziotto zelante (e interessato a lei), con una burocrazia farragginosissima e con impiegati indolenti...
"Un divano a Tunisi" e' l'opera prima di Manele Labidi Labbé, una regista e sceneggiatrice franco-tunisina.
Giocato su toni leggeri e divertenti, il film e' interessante, originale e piacevole.
Presentato al festival di Venezia 2019, il film ha vinto il premio degli autori.
Curiosamente, il primo e l'ultimo brano della colonna sonora del film sono due canzoni di Mina degli anni '60: "Città vuota" e "Io sono quel che sono".
Voto: 7.5/10
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