L’ arminuta - Donatella Di Pietrantonio - Recensione
L’ arminuta
Di Donatella Di Pietrantonio; ha vinto il Premio Campiello 2017.
Dapprima qualcosa mi infastidiva, in questo libro: dalle prime pagine si delineava una storia che mi ricordava, anche se vagamente, il primo libro della serie “L’amica geniale” di Elena Ferrante.
I punti di contatto non sono neanche pochi: le ottime capacita` scolastiche della protagonista, il “background” povero e sottoculturato, che non incoraggia l’istruzione, ma cede alle insistenze dell’insegnante di turno per cui alla fine la protagonista riesce a compiere I suoi studi, I primi approcci con l’altro sesso, ecc.
Ma I due romanzi si differenziano perche` danno risalto ad emozioni del tutto differenti.
L’arminuta e` anzitutto una storia di abbandono: la protagonista e` una ragazzina di circa 10-12 anni, che viene improvvisamente allontanata dalla famiglia di quelli che credeva essere I suoi genitori e senza nessuna causa evidente viene riportata alla sua famiglia d’origine.
Clamoroso il salto, in peggio, del livello della sua vita: da una famiglia benestante a una poverissima, dall’essere figlia unica, coccolata e accudita all’essere considerata una bocca in piu` da sfamare.
Nella nuova casa non ci sono neppure letti a sufficienza per tutti: dorme insieme alla sorellina che dormendo bagna il letto, nell’unica stanza in cui dormono anche due fratelli maschi adolescenti, e in piu` c’e` un fratellino piccolo con disabilita`.
Addio ai corsi di nuoto e di danza, alle amiche, alle vacanze. Un incubo. I genitori veri sono abbrutiti dalla poverta`, in casa non c’e` un dialogo che compensi la mancanza di tutto il resto.
Dapprima vive di nostalgia e si preoccupa per la sua mamma “precedente” perche` si e` convinta che l’abbandono possa essere dovuto soltanto a una malattia di quest’ultima.
Poi, lentamente, si avvicina alla sorellina, che e` una monellaccia che pero` misteriosamente, unica della famiglia, ha cominciato a vederla come un modello. La sorellina tenta di imparare da lei ma soprattutto le insegna “a vivere” in quella famiglia li` dove nessuno si sforza di capire gli altri, dove lei e` “l’arminuta”, che in dialetto abruzzese significa “la ritornata”. Ritornata, ma nessuno la voleva, e quasi nessuno sa il perche`.
Tra traversie, dolori e inaspettate piccole felicita` l’inserimento nella sgangherata famiglia alla fine riesce; e per fortuna, riesce anche a soddisfare la sua aspirazione a studiare (cosa che la porta a vivere altrove), e anche a scoprire, faticosamente e dolorosamente, il motivo del suo allontamento dalla famiglia “di prima”.
In qualche modo, insomma, si intuisce che ce la fara`. Ma il romanzo si ferma all’inizio del liceo, e il seguito e` tutto da immaginare (spero che non diventera` una specie di saga come l’Amica geniale).
Questo libro solleva il velo sulla poverta` “vera”, quella che a volte dimentichiamo e che nell’Italia di questi tempi non crederemmo neppure piu` possibile (invece non solo esiste, ma c’e` qualche ragione di temere che possa ritornare, “arminuta” anche dove la crediamo scomparsa). Inquadra tutta lo sofferenza che puo` scatenarsi in una bambina, una ragazzina, a cui improvvisamente vengono scardinate tutte le certezze rassicuranti, la mamma non ne` piu` la stessa, la casa non e` piu` la stessa, la vita non e` piu` la stessa. Oltretutto, alla sofferenza si mescola un senso di rancore per la mancanza assoluta di spiegazioni. In questo senso, la storia mi sembra perfino un po’ incredibile: io sono stata una ragazza di quarant’anni fa, ma credo che al suo posto sarei scappata. Lei invece rimane, non da` in escandescenze, non impazzisce, semplicemente lotta cercando di salvarsi, e finisce per riuscirci, cosa quasi piu` incredibile di tutte le altre. Dimostrando di valere, trovando forze insospettabili.
In questo senso e` quasi una storia di redenzione rispetto a un peccato non commesso, ed e` forse la cosa che mi e` piaciuta di piu` di questo libro; per il resto, la famiglia non suscita particolare comprensione da parte del lettore, ma e` esattamente quello che ci si deve aspettare da una famiglia che fa fatica a sbarcare il lunario: non c’e` spazio per la simpatia o per l’allegria se il problema principale e` mangiare. Alla fine, ancora una volta, la protagonista riesce a essere piu` “fortunata” di loro.
Scritto con grande efficacia, prosa rapida ed incisiva, e` un libro abbastanza piccolo che si legge velocemente, anche perche` il coinvolgimento del lettore procede con la narrazione.
Certe pagine sono un po’ “fastidiose” per la situazione innegabilmente oppressiva, ma e` una lettura che consiglio.
P.S. L'opinione e' al femminile perche' scritta da mia moglie.
