In un mondo migliore - (Susanne Bier, 2010) - Recensione
Film anomalo, molto particolare, come particolari sono molti dei film che provengono dai paesi del nord Europa.
Qui ci troviamo in un paese danese dove arriva un ragazzino (Christian) che ha abitato per per qualche tempo in vare nazioni tra i quali la Gran Bretagna, e che quindi si e' "fatto le ossa" in parecchie occasioni.
Pare serissimo (non ride mai) e determinatissimo, al limite del disagio psicologico.
E' molto in collera con il padre perche' lo reputa responsabile della morte della madre, gravemente ammalata di cancro.
Nella nuova scuola che frequenta fa amicizia con un ragazzino (Elias) vessato dai bulli di turno, in particolare da uno che lo chiama "faccia da topo" a causa dei denti incisivi un po' prominenti.
Anche la famiglia di quest'ultimo ragazzino non e' tranquillissima, il padre, che lavora come medico in uno sperduto e polveroso paese africano, in una zona in balìa di una banda di balordi che si diverte a sventrare donne incinta, e' accusato (probabilmente) giustamente dalla moglie di averla tradita, e per questo vuole lasciarlo.
Cristan riesce con successo ad avere la meglio (brutalmente) del bulletto che attanagliava Elias, e, per di piu', vuole "fargliela pagare" anche ad un energumeno che ha ingiustamente maltrattato il padre del suo amico.
Ma le conseguenze di quel gesto non saranno indolore...
In un mondo migliore e' un film dai toni terribilmente intensi. Sempre piuttosto teso e interessante, non lascia certamente indiferente lo spettatore, ma senza effetti speciali, semplicemente con il pathos della vicenda.
Il finale, fortunatamente, mi viene da dire, non e' negativo, e, dopo parecchia negativita', non mi sembra una cattiva idea.