The Company Men - (John Wells, 2010) - Recensione
Storia di licenziamento: un brillante trentacinquenne, con una bella famiglia, una bella vita e uno stipendio notevole viene lasciato a casa senza neanche una motivazione troppo chiara, ma semplicemente perche` l’azienda per cui lavora deve “snellirsi” per apparire appetibile sul mercato finanziario e sceglie di farlo riducendo drasticamente il numero dei suoi dipendenti.
E` una storia che corrisponde alle peggiori ipotesi riguardo alla finanza e al suo modo di operare.
Il caso esaminato e` quello di Bobby, interpretato da Ben Affleck, ma assistiamo anche al licenziamento di tanti suoi colleghi da posizioni di rango anche molto superiore.
Tutte persone abituate a un tenore di vita estremamente alto, case enormi, automobili costose, circoli del golf e figli che studiano in università prestigiose; molti anche di eta` troppo avanzata per avere possibilita` di riciclarsi in un'altra azienda.
Bobby passa dallo sbalordimento al tentativo di negare il licenziamento, illudendosi invano di poter trovare subito un altro posto.
I colleghi licenziati che lo circondano fanno anche di peggio, escono di casa alla solita ora e rientrano tardi per lasciar credere ai vicini di aver ancora il proprio lavoro, pero` passano la giornata al bar accumulando depressione con esiti anche tragici.
Dopo l’ennesimo colloquio fallito, Bobby vende la Porsche e la grande casa e con la sua famiglia va a vivere in due stanze disponibili a casa dei suoceri; e dopo aver disprezzato, inizialmente, le umili possibilita` di lavoro che sono le uniche reperibili, decide di accettare il posto di muratore che il cognato (Kevin Costner) gli offre.
Naturalmente e` negato per un lavoro manuale, ma poco alla volta si adatta, il cognato e` paziente nonostante in passato lui lo abbia trattato abbastanza male.
Quando anche la piccola società` edile del cognato entra in crisi, davvero sembra che tutto sia perduto, ma l’ex-dirigente suo amico, licenziato anche lui, sembra avere una buona idea..
Il mio commento e` che non sara` un film in grado di tirarci su davvero il morale, soprattutto se pensiamo di correre dei rischi, ma se ancora non li stiamo correndo, potremo comunque ricavarne qualche utile consiglio: la prima cosa che si nota, infatti, e` la fragilita` di un mondo cosi` fiducioso nel proprio progresso illimitato da indebitarsi fino al collo per garantire a se` e alla propria famiglia un tenore di vita assolutamente sopra le righe.
Lo sconforto di Tom nel disfarsi della sua Porsche e della sua bella casa e` evidente e comprensibile, meno comprensibile e` sapere che anche il suo capo, mega dirigente poi licenziato, aveva acceso un mutuo per comprarsi una villa spettacolare, e vedere le rispettive mogli rientrare a casa ogni giorno da uno shopping abbondante e costoso; cioe` che e` tutto un mondo, dalla base alla cima della piramide, che sta in piedi sui debiti e su una vita di “facciata”.
Tom e` troppo giovane per arrendersi e ha la fortuna di una famiglia che regge, ma per cavarsela deve disfarsi del suo ottimismo ingiustificato e della sua presunzione.
A dire il vero, il finale ` un po’ inverosimile, ma sembra l’unica conclusione non deprimente; un film con alcuni particolari decisamente americani, ma in grado di suggerire riflessioni anche a un europeo...
