Io e Beethoven - ( A. Holland, 2006) - Recensione
Chiariamo subito un potenziale equivoco: qui non si parla di Beethoven il cane, quello del popolare film disneyano, ma di musica.
Beethoven e` proprio il compositore, qui ritratto negli ultimi anni della sua vita, durante la composizione della famosa Nona Sinfonia (quella dell’ Inno alla Gioia).
Beethoven e` ormai sordo, e da sempre testardo e isolato nel suo mondo: accetta con fatica Anna, salvo poi trasformarla nella sua indispensabile collaboratrice, al punto che per la prima esecuzione della Nona, che dirige lui stesso, le chiede di mettersi in un angolo del golfo mistico visibile a lui, ma non al pubblico, per aiutarlo a tenere il tempo nella direzione dell’orchestra.
Il film si conclude con la morte del compositore.
La direzione della prima esecuzione della Nona con l’affiancamento di un’altra persona, invece, e` documentata; l’assistente non era una donna, ma il direttore del teatro.
Il personaggio del nipote pigro e mantenuto a sbafo, senza talento ma molto considerato dallo zio non e` particolarmente originale (ma non so se sia esistito), mentre Anna e` una inverosimile specie di “bella stagista” che tra una trascrizione e l’altra si trasforma in infermiera, domestica e tuttofare, con una dedizione eccezionale che sopporta la crudele e volgare stroncatura che Beethoven applica alle sue composizioni, che lei gli ha sottoposto fiduciosa.
Una narrazione lunghetta in cui sostanzialmente succede poco e quel poco o e` un luogo comune, o e` invenzione romanzesca (Beethoven che distrugge il plastico di un ponte con cui il fidanzato, ingegnere, di Anna intendeva partecipare a un concorso ufficiale) o non viene approfondito.
