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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

Un giorno devi andare - (Giorgio Diritti, 2013) - Recensione

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Augusta e` una giovane donna (Jasmine Trinca) la cui vita e` stata rovinata dalla morte del suo bambino (da alcune immagini, si intuisce sia avvenuta durante la gravidanza), a cui e` seguito l’abbandono da parte del marito, anche in conseguenza del fatto che Augusta non puo` piu` avere figli.

Ma questo e` l’antefatto: il presente e` lei, insieme alla missionaria suor Franca, amica della madre, che in battello percorre l’Amazzonia per evangelizzare e portare forse anche un po’ di conforto e qualche medicina alle poverissime popolazioni che vivono lungo il fiume.

 

Suor Franca e` conosciuta e ben accolta quasi da tutti (non proprio “tutti”: c’e` anche chi semina odio contro la Chiesa per guadagnarci in proprio, chi vede l’Amazzonia come terra per investimenti, chi, addirittura, vorrebbe trasformare una missione cattolica in un resort..), ma la sua opera, che e` piu` che altro di “ostinata” evangelizzazione, non piace ad Augusta che non si identifica in essa.

Cosi` alla prima occasione lascia Suor Franca a continuare il suo viaggio in battello, e si ferma in una favela, a Manaus, dove a un prezzo irrisorio affitta una stanza da una donna gia` conosciuta con Suor Franca.

Vivere in una favela e` inimmaginabile, ovviamente: moltissime persone in pochissimo spazio e un livello di poverta` “assoluto”. Ma e` inimmaginabile anche il senso di comunita` che regna tra tutti coloro che ci vivono, una forma di vita collettiva come in una famiglia enorme, piena di bambini e di vita.

In questo mondo disordinatissimo, Augusta sembra ritrovare un suo ordine mentale, imbastisce perfino una storia con un ragazzo; compra un pullmino e mette in piedi un’impresa di pulizie per una lussuosissima palestra del mondo “ricco”, che sta proprio a due passi dalla favela.

Ma un po’ di sfortuna non manca mai: diluvia, le baracche della favela ne sono devastate, qualcuna crolla, poi un bambino sparisce, non si sa bene come, mentre la sua mamma era alla palestra a lavorare con Augusta.

E` la fine di questa parentesi, l’inquetudine ricompare, Augusta se ne va di nuovo.

Solo su in’isola, in perfetta solitudine, a contatto con una natura lussureggiante e perfino un po’ inquietante (ma, evidentemente, non per lei) sembra riuscire a ritrovare se stessa.

 

E` indubbiamente un film “strano”. Augusta sceglie un ambiente di vita in cui difficilmente un occidentale acculturato e non povero riuscirebbe a vivere.

Lei invece lo sceglie e non si tratta di autopunizione, vi si adatta con impressionante naturalezza, e con la stessa naturalezza viene accolta dagli abitanti della favela, diventando una di loro.

 

Da quello che si vede nel film, gli abitanti della favela non desiderano andarsene da li`, infatti rifiutano le proposte di trasloco che il governo fa loro: anche se, onestamente, le casette che il governo mette a loro disposizione come alternativa assomigliano molto, troppo alle baracche di un lager, e si finisce per dare loro ragione.

A parte l’oggettivo squallore, forse visibile piu` a un occidentale, di queste casette, e` la loro caratteristica di “unita` singole” che distruggerebbe quella vita collettiva a cui loro sono abituati, a costituire la principale ragione del rifiuto di trasferirsi.

 

Dall’altra parte del mondo, durante tutta la narrazione, si vede anche la vita della madre di Augusta, donna di origine francese, dall’aspetto severo, da poco vedova, che abita in un paesino di montagna e frequenta, da laica, suore dedite alla beneficenza e a piccoli lavori manuali; la sua vita, certamente piu` agiata, pare piu` grigia e triste della vita di favela, dove c’e` molta piu` poverta` ma molta piu` allegria e calore umano.

E` un film strano ma fascinoso, come una proposta di possibile (ma estrema!) via d’uscita per certe nostre problematiche.

Fotografia magnifica e paesaggi immensi. Film premiato a parecchi festival

Un giorno devi andare - (Giorgio Diritti, 2013) - Recensione
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