L'Attachement - La tenerezza - (Carine Tardieu, 2024) - Recensione - Con Pio Marmaï, Valeria Bruni Tedeschi, César Botti
Sandra, una donna sulla cinquantina, indipendente, single per scelta e proprietaria di una piccola libreria femminista, ha costruito la propria vita attorno a confini molto netti: silenzio, autonomia, routine rassicuranti.
Non ha figli e non desidera una famiglia.
I suoi dirimpettai sono invece una famiglia "abbastanza" classica: Alex, la compagna Cécile e il piccolo Elliott, un bambino di sei anni (figlio del precedente compagno di Cécile), che spesso cerca rifugio da Sandra con naturalezza.
Quando Cécile deve andare in ospedale per partorire, Sandra, pur riluttante, accetta di occuparsi di Elliott. Quel gesto minimo diventa il punto di svolta: Cécile muore durante il parto, lasciando Alex solo con due bambini, Elliott e la neonata Lucille. Il lutto improvviso spezza la famiglia, ma apre una breccia nella vita di Sandra.
Suo malgrado, Sandra entra nella quotidianità di Alex e dei bambini: li accompagna, li consola, li accudisce. Elliott si affeziona profondamente a lei, Lucille cresce con la sua presenza costante, e Alex, fragile e disorientato, trova in Sandra un sostegno inatteso.
Quella che era una vicinanza casuale si trasforma lentamente in un legame complesso, tenero, non codificato: una micro‑famiglia nata non dal sangue, ma dalla cura. Sandra, che aveva sempre difeso la propria solitudine come un valore, scopre una forma di tenerezza che non aveva mai contemplato. Ma questa nuova intimità la costringe anche a interrogarsi su chi è, su cosa teme e su quanto è disposta a lasciarsi cambiare.
"L’Attachement – La tenerezza" è diretto e sceneggiato da Carine Tardieu sulla base di un romanzo del 2020, "L'Intimité", di Alice Ferney.
Si tratta di un film sensibile ma, a mio avviso, troppo timido.
L'argomento è interessante ma non nuovissimo, con figure femminili teneramente solide e centrali, mentre gli uomini, soprattutto Alex, appaiono fragili e spaesati, incapaci di gestire il lutto e pronti ad aggrapparsi a qualsiasi presenza femminile per trovare sostegno.
La regia punta su una lentezza delicata che però spesso diventa monotonia, smorzando la tensione emotiva e generando noia.
A tenere insieme il film è soprattutto Valeria Bruni Tedeschi, intensa e misurata, ma la sua prova non basta a dare slancio a un’opera elegante, sensibile ma poco incisiva.
Voto: 6.5/10
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