I colori del tempo - (Cédric Klapisch, 2025) - Recensione - Con Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton
Una società immobiliare convoca un gruppo di persone per trattare l’acquisto dei diritti su un terreno dove sorge una vecchia abitazione ottocentesca, abbandonata in una zona remota della Normandia. Gli invitati, arrivati da vite diverse, scoprono presto di non essere semplici estranei: sono in qualche modo imparentati, discendenti di antenati comuni e legittimi eredi di quella proprietà.
La casa, isolata e consumata dal tempo, sembra custodire segreti. Mentre gli eredi la esplorano, tra stanze polverose e soffitte piene di oggetti dimenticati, emergono fotografie, lettere e piccoli reperti che ricompongono la figura di Adèle, un’antenata che alla fine dell’Ottocento lasciò la Normandia per cercare la madre che l'aveva abbandonata vent'anni prima nella Parigi nel 1895.
La sua vita nella capitale, tra sperimentazioni artistiche e i primi esperimenti fotografici, diventa un racconto parallelo.
Il film intreccia due piani temporali: nel presente, la tensione tra la logica commerciale della società immobiliare, che vede il terreno come opportunità per un centro commerciale, e il legame emotivo e storico degli eredi; nel passato, il percorso di Adèle che costruisce un’identità nuova in un’epoca di trasformazioni.
La casa non è più solo un bene da vendere, ma un archivio di memorie che mette in discussione la scelta di cedere o preservare.
Alla fine, la decisione sul futuro del terreno diventa anche una scelta di identità: vendere significherebbe cancellare tracce e storie; conservare significherebbe riconoscere che ciò che è stato lasciato dietro di sé continua a parlare alle generazioni successive.
"I colori del tempo" è un film che mescola memoria familiare e biografia storica in un racconto che alterna presente e passato. La pellicola offre momenti di grande fascino visivo e altre sequenze meno convincenti.
Suggestiva la Normandia e la Parigi d’inizio Novecento. Le campagne sono filmate con cura e poesia, mentre la Parigi fin de siècle è resa come un luogo di luce e fermento. La rappresentazione è chiaramente idealizzata ma efficace nel creare un mondo in cui il desiderio e l’arte sembrano sempre a portata di mano.
Costumi e scenografie sono accurati e curati nei dettagli. L
’approccio è edulcorato, volto a valorizzare la bellezza dell’epoca più che a mostrarne gli aspetti più duri.
La protagonista Adèle è interpretata dall’esordiente Suzanne Lindon. Lindon è brava e possiede un volto che rimanda alle dame dei dipinti impressionisti.
La trama è piuttosto popolare e costruita su coincidenze e incontri eclatanti con figure note del mondo artistico e letterario dell’epoca.
Alcune scene risultano poco credibili e forzate, come se la sceneggiatura avesse scelto la suggestione emotiva a scapito della verosimiglianza storica e narrativa.
I colori del tempo è un film che va visto per la sua capacità di evocare atmosfere e per la prova della protagonista.
Chi ama i film d’epoca, le ricostruzioni curate e le storie familiari che giocano sul mito e sulla memoria troverà molto da apprezzare. Chi cerca realismo storico o una trama priva di coincidenze sentimentali potrebbe restare deluso.
Voto: 7/10
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