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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

Il mio giardino persiano - (Maryam Moghaddam (II), Behtash Sanaeeha, 2024) - Recensione - Con Lili Farhadpour, Esmaeel Mehrabi

petardo

 

Mahin è una settantenne iraniana che porta addosso tutta la memoria di un Paese vissuto prima della rivoluzione islamista: una “sciura” di Teheran cresciuta in un Iran più libero, dove si poteva ballare, bere vino, incontrare persone senza sentirsi osservati. Oggi vive sola nella sua grande casa con giardino, vedova da trent’anni, con i figli emigrati all’estero e un quotidiano fatto di silenzi, tè con le amiche e telefonate che non colmano la distanza. 

Un episodio di ordinaria oppressione (la polizia morale che ferma una ragazza per il velo messo “male”) le riporta alla mente quanto il Paese sia cambiato rispetto alla sua giovinezza. È proprio questa nostalgia di un Iran diverso, più aperto e meno sorvegliato, a spingerla a un gesto che per lei è minuscolo, ma per la società iraniana è quasi sovversivo: invitare a casa un uomo. 

Mahin incontra Faramarz, tassista suo coetaneo, anche lui solo e segnato dalla vita. Lo invita con una scusa, e quella che doveva essere una semplice serata diventa un momento di libertà: vino nascosto per le occasioni speciali, musica, racconti di un Iran che non c’è più, una torta preparata con cura. Due anziani che si scoprono ancora capaci di desiderare, di ridere, di sentirsi vivi. 
 

"Il mio giardino persiano" è uno di quei film che ha la grazia delle opere fatte con coraggio e con pudore. È un film girato di nascosto, con la leggerezza di chi sa che ogni inquadratura è un rischio e ogni gesto fuori norma può diventare un atto politico. E proprio questa clandestinità gli dona una vibrazione speciale.

La storia di Mahin (la “sciura” iraniana che ha conosciuto l’Iran prima della rivoluzione islamista) è raccontata con una delicatezza che non nasconde la sua forza. Lei e le sue amiche sono corpi appesantiti, ex ragazze di Teheran che hanno ballato, amato, bevuto vino, vissuto un Paese che oggi non esiste più. Ma quei corpi, pur segnati dal tempo, sanno ancora ribellarsi, e lo fanno con una consapevolezza nuova: non più la ribellione impulsiva della giovinezza, ma quella calma, ostinata, quotidiana di chi ha visto tutto e non ha più paura di niente.

La cinematografia iraniana, quella che da anni aggira divieti, censure, ostacoli burocratici, qui mostra ancora una volta quanto abbia da raccontare. E lo fa con una maturità crescente: registi che lavorano in condizioni impossibili, attori che recitano senza poterlo dire, troupe che si muovono come ombre. Il risultato è un cinema che parla con una voce sempre più autorevole, capace di trasformare la limitazione in stile.

La recitazione è solida, credibile. La protagonista porta sul volto la memoria di un Paese intero, e nel modo in cui si muove, prepara una torta, versa un bicchiere di vino, si percepisce un mondo che resiste. La sua interpretazione è tenera e dignitosa, e dà al film una profondità che non ha bisogno di proclami.

In definitiva, Il mio giardino persiano è un piccolo film che sorprende: intimo, politico senza urlare, capace di raccontare la libertà attraverso un gesto minuscolo, invitare un uomo a casa, che in Iran diventa un atto di emancipazione. Un’opera che conferma la vitalità di un cinema che continua a crescere forse proprio perché costretto a nascondersi.

Voto: 8/10

Il mio giardino persiano - (Maryam Moghaddam (II), Behtash Sanaeeha, 2024) - Recensione - Con Lili Farhadpour, Esmaeel Mehrabi
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