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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

Cosi' ridevano - (Gianni Amelio, 1998)

petardo

 

Film di Gianni Amelio, premiato con il Leone D’oro nel 1998 alla Mostra del Cinema di Venezia.

I film di Gianni Amelio mi sono sempre piaciuti, per l’impegno morale e civile che esprimono, per l’asciuttezza e la severita` dello sguardo: questo non fa eccezione e in piu` fa luce su un aspetto della vita italiana di cui si e` parlato molto, ma a cui e` stata data scarsa attenzione cinematografica: l’immigrazione interna degli anni ’60, i meridionali che vennero in migliaia, al nord in generale e a Torino in particolare, per lavorare nelle grandi aziende, soprattutto alla Fiat, ma non solo.

Giovanni (Enrico Lo Verso) viene dalla Sicilia, scende dal treno a Torino insieme a moltissimi come lui, e si aspetta che il fratello minore, Pietro, mandato a Torino per diplomarsi, venga a prenderlo alla stazione.

Ma Pietro non c’e`, e` indaffarato a fare da guida saccente per altri immigrati appena arrivati, che abbandonera` poco dopo.

Comunque, piu` tardi si ritrovano, nella casa-topaia non dissimile da quasi tutte le altre che accoglievano allora gli immigrati. Giovanni e` analfabeta e parla solo un dialetto siciliano strettissimo, mentre i torinesi si esprimono nel loro dialetto: il risultato e` un’incomunicabilita` quasi totale. Gli immigrati non sono accolti con favore, riescono solo a trovar lavoro come manovali, vivono in case sovraffollate, sporche e squallide. I torinesi dicono che puzzano, non li accettano al ristorante, affiggono cartelli del tipo “non si affitta a meridionali” .

Ma Giovanni e` determinato, forse un po’ troppo disposto a tutto, e ce la fa: entra in una cooperativa e gradualmente il suo stato sociale migliora.

Pietro dovrebbe essere l’intellettuale, ma non ha nessuna voglia di studiare; gli piace vestirsi bene, darsi un’importanza che non ha, essere riverito come “maestro” quando ancora non lo e`.

Finche` un giorno, dopo un litigio col fratello, qualcosa scatta in lui; prende lezioni presso il  “cepu” dell’epoca, e con un po’ di fortuna riesce a prendere questo famoso diploma..

Ma non tutto va per il verso giusto.

Questa storia non ha un finale che racconti l’evoluzione definitiva dei personaggi: ma forse la storia stessa va presa come una tranche, un pezzo di storia possibile di immigrazione.

Ambienti e personaggi sono descritti con grandissima attenzione, e alla fine si tratta di un’opera corale in cui le storie, tutte diverse ma tutte simili, si sovrappongono. Torino e` presentata come una citta` inospitale, dove tutto e` grigio, dove piove SEMPRE; notti buie, soffitte male illuminate  e albe livide sono sfondo e protagonisti di questo racconto, le strade sono popolate di auto che sfrecciano sotto la pioggia, tra serrande abbassate, nessuno sembra voler fare lo sforzo di capire lo “straniero”, chi va avanti lo fa per testardaggine e Giovanni ne ha da vendere.

Enrico Lo Verso e` bravissimo, e anche Francesco Giuffrida nella parte di Pietro, a cui da` una supponenza che spazientisce e al tempo stesso un’ingenuita` che intenerisce.

Devo pero` rimarcare una grave pecca nei sottotitoli: non solo per i torinesi, ma credo per buona parte degli italiani del centro e nord Italia la comprensione del dialetto siciliano e` difficoltosa; e anche certe frasi in puro dialetto torinese per un lombardo non sono facili.

Qui i sottotitoli sono presenti a sprazzi e distribuiti in modo irrazionale: spesso sono presenti quando non serve e assenti quando servirebbe.

La soluzione, facile, per me potrebbe essere metterli ogni volta che il parlato non e` in italiano, perche` non e` poi cosi` facile capire quali frasi in dialetto siciliano possano essere capite da uno spettatore di Bolzano e quali da uno spettatore di Barletta, quali frasi del torinese suonino ovvie a un sardo e quali a un pisano, ecc.

A parte questo aspetto, e` davvero un grande film.

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