28 giorni – (Betty Thomas. 2000) con Sandra Bullock – Recensione
Gwen Cummings, (Sandra Bullock) assieme al suo ragazzo Jasper conducono una vita di eccessi, fatta soprattutto di alcol e droghe.
Non sono dei reietti della società, anzi, lei è una scrittrice di successo, abita a New York e la vita sembra essere una serie ininterrotta di feste delle quali, però, al mattino quasi sempre non ricorda nulla a causa degli eccessi della serata, ne’ lei ne’ quel deficiente di Jasper che sembra non fare altro nella vita che divertirsi rumorosamente.
Arrivati clamorosamente in ritardo (e già ubriachi di birra) al matrimonio della sorella di lei, al ricevimento cominciano a fare danni inenarrabili, e Gwen finisce per rovinare sulla torta nuziale.
A questo punto parte in quarta per “ricomprargliela” guidando pericolosissimamente, la limousine bardata da matrimonio, sottraendola all’incredulo autista. Dopo aver rischiato vari incidenti e aver travolto un nano da giardino, si schianta contro una casa, finendo, per questo, e giustamente, sotto processo.
La pena comminata fu di 28 giorni in un centro di riabilitazione e disintossicazione (l’alternativa sarebbe la galera).
Tipicamente americano, in questo centro i pazienti pregano, si confrontano, recitano tutti assieme frasi (un po’ sceme) ma che fanno tanto comunità riabilitativa.
Gwen all’inizio rifiuta sia i compagni di riabilitazione che le tecniche (e un europeo medio non potrebbe che essere d’accordo con lei), ma poi, anche grazie alla giovane compagna di stanza che poi morirà tragicamente di overdose proprio nel bagno dell’alloggio, riuscirà a rendersi conto del proprio stato. Illustrato nel film tramite flashback, lei sembra anche ricordare la propria infanzia, piuttosto difficile a causa della madre, anche lei alcolizzata.
Alla fine ce la farà, trovando la forza di abbandonare quel deficiente di Jasper, sicuramente una delle cause principali dei suoi eccessi.
Film tipicamente americano, non pessimo, con un inizio brillante e rocambolesco (che mi ha ricordato, probabilmente “a sua insaputa”, certe comiche del cinema muto) e una parte finale un po’ melensa.
Formalmente buono il lavoro degli attori ma che, come spesso succede quando guardo film tipicamente yankee, mi lasciano una sensazione di scarsa credibilità.
