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Il Blog di Petardo Cinema, cucina, turismo, fai da te...

L'infiltrata - (Arantxa Echevarria, 2024) - Recensione - Con Carolina Yuste, Luis Tosar

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Mónica, giovane agente di polizia, accetta di diventare Arantxa, infiltrandosi nei circoli nazionalisti baschi dei primi anni ’90 per avvicinare l’ETA. Si trasferisce a San Sebastián, costruisce una vita fittizia e conquista lentamente la fiducia dell’ambiente. Quando due militanti (prima Kepa, poi Sergio Polo) vengono ospitati nel suo appartamento, la missione diventa una convivenza soffocante: ogni gesto può tradirla, ogni parola può ucciderla.
Tra incontri clandestini con il suo referente Ángel e la tensione quotidiana con i terroristi, Arantxa vive costantemente tra due identità che si scontrano. Le informazioni che raccoglie permettono alla polizia di colpire la cellula, ma il prezzo personale è enorme: anni di paura, solitudine e una vita che non le appartiene più.


"L’infiltrata" è un film che vive di tensione continua, ma anche di una contraddizione strutturale: vuole raccontare una storia vera (quella dell’agente che per otto anni si infiltrò nell’ambiente dell’ETA, organizzazione responsabile di gravi violenze e attentati in Spagna) e allo stesso tempo deve condensarla in poco più di due ore. Il risultato è un’opera efficace sul piano emotivo, ma inevitabilmente compressa e a tratti caotica.

La regista sceglie di mostrare la protagonista (l'ottima Carolina Yuste) come una figura fragile ma determinata, intrappolata in una vita che non è la sua. Tuttavia, proprio perché sappiamo che la vicenda reale durò otto anni, il film lascia una domanda: come ha potuto resistere davvero una persona a un livello di stress così per tanto tempo? La versione cinematografica accelera tutto: i rapporti, i sospetti, la convivenza con i militanti, e questo rende più difficile percepire la lentezza corrosiva del tempo, che nella realtà deve essere stata una parte essenziale della tortura psicologica.

Un altro elemento che colpisce è la polarizzazione dei personaggi. Da una parte la polizia, rappresentata come un blocco di “buoni” professionali, protettivi, quasi sempre lucidi; dall’altra i militanti dell’ETA, descritti come psicopatici, paranoici, violenti, in particolare il capo, Sergio Polo. È possibile che questa polarizzazione rifletta davvero la percezione dell’infiltrata o la durezza dell’ambiente, ma nel film appare un po’ schematica.

Eppure, nonostante questi limiti, L’infiltrata funziona. Funziona perché trasmette la paura, la solitudine, la perdita di identità. Funziona perché la protagonista non è un’eroina invincibile, ma una donna che sopravvive giorno per giorno, senza sapere se arriverà al successivo. Funziona perché, pur semplificando, restituisce la sensazione di un mondo chiuso, claustrofobico, dove ogni gesto può essere fatale.

In definitiva, è un film imperfetto ma coinvolgente, che paga il prezzo della sua ambizione ma riesce comunque a raccontare il costo umano di vivere per anni sotto copertura.

Voto: 7/10

L'infiltrata - (Arantxa Echevarria, 2024) - Recensione - Con Carolina Yuste, Luis Tosar
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